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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 15 maggio 2023

I brigatisti che, travestiti da avieri, aspettavano in via Fani le macchine su cui viaggiavano Aldo Moro e la sua scorta impugnavano armi scadenti. Erano mitra vecchi e recuperati più o meno fortunosamente: nella sparatoria tre di quei mitra si incepparono, uno quasi non riuscì a sparare neanche un colpo. Non è un particolare poco significativo.

Nel corso dei decenni successivi, si sarebbero infatti ipotizzate regie occulte di ogni tipo per quell’attentato che lasciò cinque vittime sul terreno e segnò l’inizio dei 55 giorni più lunghi e drammatici nella storia dell’Italia repubblicana, secondo una parte degli investigatori dilettanti anche con partecipazione diretta di agenti o malavitosi esperti per dare una mano al poco esperto “gruppo di fuoco”. Organizzazioni nazionali o internazionali o in compartecipazione tutte molto potenti, ricche e con depositi di armi efficienti a disposizione. Se le tennero però ben strette, mandando allo sbaraglio i brigatisti con armi vecchie e poco efficienti, rischiando di far fallire un complotto criminale che si presume ritenessero di una certa importanza.

Il rischio di fallimento ci fu davvero. In via Fani, il 16 marzo 1978, la fortuna fece la sua parte in molti modi, a partire da una macchina parcheggiata abusivamente che impedì a Domenico Ricci, autista della Fiat 130 sulla quale si trovava il presidente della Dc, di sfruttare il malfunzionamento delle armi del commando per far manovra e sottrarsi all’agguato. Più della fortuna incise però l’impreparazione della scorta, di fatto disarmata. Le pistole erano nel cruscotto oppure sotto il sedile, i mitra nei bagagliai. Il convoglio seguiva sempre lo stesso percorso. Il caposcorta Oreste Leonardi, poliziotto di grande esperienza e legatissimo ad Aldo Moro, aveva predisposto un ottimo sistema di difesa da eventuali attentati alla vita del leader democristiano ma non aveva evidentemente considerato l’eventualità di un rapimento.

La “geometrica potenza” dispiegata dalle Br nella loro operazione più clamorosa fu in realtà solo illusione ottica e tuttavia quell’impressione ingiustificata ma anche inevitabile di potenza è almeno in parte all’origine delle leggende fiorite in seguito sul sequestro. Possibile che una banda armata autonoma e autoctona, composta da giovani e giovanissimi (tra tutti i brigatisti coinvolti solo Mario Moretti, classe 1946, aveva superato i trent’anni), possedesse quella che sembrava una eccezionale capacità militare?

A 45 anni da quella strage la dinamica dell’attacco è ancora oggetto di inchieste parlamentari, disamine e confutazioni dotte. Alcuni dei testimoni garantiscono sulla presenza di altri due brigatisti in moto, oltre ai 10 partecipanti all’azione identificati. Sono di limitata affidabilità: il principale tra loro affermò con assoluta certezza che una sventagliata di mitra aveva distrutto il parabrezza della sua moto, che però non era fornita di parabrezza. Ma il problema in realtà non è la maggiore o minore credibilità di questo o quel testimone. È la confusione indebita e anzi spesso la sovrapposizione tra due piani che dovrebbero invece restare rigorosamente distinti, quello strettamente penale e quello storico. Se anche fosse provato oltre i moltissimi e ragionevoli dubbi che in via Fani c’erano altri due brigatisti, cosa cambierebbe dal punto di vista storico?

Lo stesso discorso vale, a maggior ragione, per la meno peregrina tra le conclusioni raggiunte nella scorsa legislatura dall’ultima commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro Moro. I commissari sono convinti che lo spostamento dell’ostaggio dalla Fiat 132, sulla quale era stato caricato via Fani, al furgone che lo avrebbe trasportato, chiuso in una cassa di legno, nella prigione del popolo di via Montalcini non sarebbe avvenuto in piazza Madonna del Cenacolo, come da ricostruzione delle Br, ma in un garage molto più vicino a via Fani, di proprietà di un fiancheggiatore. Dovrebbe frenare le fantasie sbrigliate il ricordo del caso Germano Maccari, il “quarto uomo” di via Montalcini, individuato solo nel 1993. Da numerosi indizi era abbastanza evidenti che il sedicente “ragionier Altobelli” che aveva firmato il contratto d’affitto dell’appartamento di via Montalcini non poteva essere Mario Moretti. Sulla identità del misterioso Altobelli si erano moltiplicate leggende di ogni tipo: il vero capo delle Br, la raffinatissima mente che si nascondeva dietro Mario Moretti, una figura internazionale che padroneggiava molte lingue. Maccari era un militante di Centocelle, neppure un vero brigatista, arruolato per l’occasione e solo per quella da Valerio Morucci. Dal punto di vista storico, la sua individuazione non spostò una virgola.

Maccari era un militante di Centocelle, neppure un vero brigatista, arruolato per l’occasione e solo per quella da Valerio Morucci. Dal punto di vista storico, la sua individuazione non spostò una virgola. Maccari era un militante di Centocelle, neppure un vero brigatista, arruolato per l’occasione e solo per quella da Valerio Morucci. Dal punto di vista storico, la sua individuazione non spostò una virgola. Del resto, se l’obiettivo dei terroristi eterodiretti, o meglio dei loro burattinai, era eliminare Moro, perché non ucciderlo subito, e anzi perché cercare di evitare l’esecuzione sino all’ultimo?

Sul tentativo di Moretti di evitare la conclusione più tragica dei 55 giorni non possono esserci dubbi. Prese personalmente la decisione di disattendere la scelta omicida dell’esecutivo Br rinviando l’esecuzione di settimane. La lunghissima telefonata del 30 aprile alla famiglia Moro da una cabina telefonica della stazione Termini, quella nella quale il leader delle Br chiedeva un intervento in tv di Zaccagnini come condizione base per evitare l’uccisione dell’ostaggio, fu secondo i brigatisti che affiancavano Moretti il momento di massimo rischio dei 55 giorni. Morucci ammette senza perifrasi di essere stato convinto, mentre la chiamata si prolungava, che sarebbero stati uccisi di fronte a quella cabina telefonica. Anche dopo quella telefonata “ultimativa” Moretti lasciò passare altri 9 giorni prima di “eseguire la sentenza” comminata dall’esecutivo ma convalidata dal voto dei militanti. Inclusi quelli in carcere, i dirigenti storici che in seguito avrebbero affermato di essere stati contrari all’uccisione ma che sul momento votarono invece per l’esecuzione.

In realtà il solo vero sospetto degno di nota è che lo Stato, almeno da un certo momento in poi, non abbia “voluto” provare e salvare Moro. Ipotesi che non prefigura alcuna eterodirezione delle Br ma punta su una specie di oggettiva “convergenza di interessi”. Ma è una ipotesi contraddetta da molti elementi. Paolo VI, con il sostanzioso appoggio di Giulio Andreotti, aveva raccolto una cifra enorme da offrire in cambio della vita di Moro: 10 mld. Lo stesso Andreotti aveva trattato col Pci per chiedere il semaforo verde, che ottenne. Cossiga aveva predisposto una specie di “sequestro numero due”, un bunker dove Moro avrebbe dovuto essere chiuso, se liberato, per essere “ricondizionato” psicologicamente.

Gli atti delle direzioni dei vari partiti, soprattutto Dc e Pci, esaminati dallo storico Agostino Giovagnoli nel suo Il caso Moro, uno dei pochissimi titoli nella sterminata quanto depistante bibliografia sui 55 giorni, rivelano oltre ogni possibile dubbio che la Dc e il governo sperarono e cercarono anche sino all’ultimo di salvare Moro ma solo nei limiti molto angusti posti dalla necessità prioritaria di non arrivare a una rottura con Pci che avrebbe determinato la crisi di governo e le elezioni anticipate, col forte rischio che le urne risolvessero lo stallo determinatosi nelle elezioni del 1976, concluse senza un vincitore, a favore del Pci.

Berlinguer era disposto ad accettare senza provocare la crisi una trattativa basata sul riscatto, che avrebbe comportato molte vittime quei 10 mld si sarebbero trasformati in armi e basi logistiche ma avrebbe permesso di rinchiudere le Br in una logica puramente criminale. Non avrebbe mai accettato una trattativa politica, anche solo limitata a quell’intervento di Zaccagnini in tv nel quale il segretario della Dc avrebbe dovuto parlare apertamente delle Br come di un’organizzazione politica comunista.

Del quadro politico complessivo le Br non avevano tenuto alcun conto. Non lo avevano capito. Come si evince dal cosiddetto Memoriale, cioè dalle risposte all’interrogatorio che non è affatto sofisticato ma decisamente rozzo, avevano una visione schematica, convinta che lo Stato non avrebbe potuto evitare la trattativa una volta sequestrato “il capo”.

Moro sapeva che la segretezza era condizione necessaria per trattare: a indirizzare il sequestro verso una conclusione che in realtà non auspicava nessuno fu la decisione delle Br di rendere pubblica la prima lettera di Moro a Cossiga, quella che avrebbe dovuto rimanere segreta. Non un complotto ma l’imperizia politica di un “partito armato” che al momento della verità seppe agire da banda armata ma non da partito.