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di Donatella Stasio

La Stampa, 18 gennaio 2023

Tre anni dopo la sentenza della Consulta, su 1.280 ergastolani ostativi, solo 24 permessi. La mafia è un fenomeno umano e prima o poi finirà, diceva Giovanni Falcone. Ma non con un arresto, neanche dell’ultimo o penultimo boss latitante; a decretarne la fine sarà il tramonto della cultura che la mafia l’ha nutrita, cresciuta e l’ha resa capillare.

E questo ce lo ha ricordato la sorella di Giovanni Falcone, Maria, subito dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, spostando lo sguardo sulla Palermo scesa in strada per dare un volto, una voce, un corpo alla cultura della legalità. Impensabile fino alle stragi del 92/93. “Mi ha telefonato mio fratello”, ha detto Maria Falcone inciampando in un lapsus; voleva dire “mio figlio” ma pensava alla felicità che avrebbe provato il fratello a vedere quelle persone in strada. Se di successo si vuole parlare, è lì che dobbiamo cercarlo, in quell’inedito abbraccio di donne, uomini, e soprattutto giovani, con le istituzioni, di cui Falcone e Borsellino sono stati l’esempio migliore.

Quella cultura rivendica con forza giustizia e verità. Gioisce dell’arresto ma, con tutto il rispetto per la presidente del consiglio Giorgia Meloni, non si può accontentare della gioia. Nessuno, neanche dall’opposizione, ha messo in discussione questo importante risultato raggiunto dallo Stato, di cui tutti siamo convinti. Allo stesso modo, nessuno può compiacersi di ricostruzioni dietrologiche che alzano una cortina fumogena sui fatti. Resta un irrinunciabile bisogno di verità a tutto campo. Anche sull’ergastolo ostativo, tema troppo cruciale per essere manipolato. Eccolo già diventato oggetto di scambio dell’operazione che ha portato all’arresto di Messina Denaro, battezzata dal Ros operazione “Tramonto”... D’altra parte, fin dalla sentenza della Consulta n. 253 del 2019 - che ha aperto la strada alla mera possibilità di concedere permessi ai condannati per reati ostativi anche in assenza di collaborazione con la giustizia ma in presenza di altri elementi capaci di dimostrare il venir meno del vincolo imposto dal sodalizio criminale - si è gridato al complotto, allo scandalo, alla connivenza con la mafia e alla scarcerazione immediata di boss mafiosi di grosso calibro; idem dopo l’ordinanza n. 97 del 2021 che ha aperto la strada, tra mille cautele, anche alla liberazione condizionale, chiedendo al Parlamento di intervenire. Ebbene, dopo tre anni e mezzo, su 1.280 ergastolani ostativi, solo 24 hanno avuto un permesso e nessuno la liberazione condizionale. Ma tant’è. Per molti il carcere è carcere solo se ostativo, se butta la chiave, altrimenti non è. E i giudici di sorveglianza, chiamati a decidere se, come e quando aprire la porta, sono creature tremule incapaci di portare il peso di queste decisioni oppure marionette i cui fili sono tirati dai boss a piacimento. Non è così.

A far riaccendere i riflettori sull’ergastolo ostativo è stato Salvatore Baiardo, uomo di fiducia (al punto da gestirne la latitanza) dei fratelli Graviano, capimafia di Brancaccio, ma dagli anni ‘90 collaboratore di giustizia. Ora fa il gelataio in Piemonte e poco più di due mesi fa, in un colloquio con Massimo Giletti, lasciò intendere di essere ancora ben collegato con certi ambienti al punto da preconizzare l’arresto imminente di un Messina Denaro molto malato, che stava trattando per consegnarsi: lui sarebbe entrato in carcere con un arresto clamoroso mentre qualcun altro ne sarebbe uscito senza molto clamore grazie alla riforma dell’ergastolo ostativo, all’epoca in fase di approvazione.

A distanza di mesi, il suo racconto viene rilanciato perché trova parziale riscontro nella realtà. Manca solo lo “scambio” del suo arresto con qualche detenuto ostativo che guadagni la libertà grazie alla riforma… Riforma delicata - e perciò lasciata dalla Consulta al Parlamento, anche per bilanciarla con le esigenze della sicurezza - ma necessaria per dare concretezza alla cultura costituzionale in cui affondano le radici del nostro “stare insieme”. Riforma peraltro ambivalente nel testo diventato legge. La premier Meloni, infatti, si vanta di aver “salvato l’ergastolo ostativo”, che però, in quanto incostituzionale, dovrebbe essere morto. E del resto, anche chi quella riforma è chiamato ad applicare nei confronti dei detenuti “ostativi” - che non sono né tutti ergastolani né tutti mafiosi - la considera un tradimento delle sentenze della Consulta perché per ottenere i benefici impone una prova “diabolica”, quindi, impossibile.

Ieri, su questo giornale, Roberto Saviano ricordava giustamente che l’ergastolo ostativo “contraddice la vocazione stessa della Costituzione” secondo cui la pena “serve a reinserire e non a escludere”. Quindi, aggiungeva, bisognerà valutare “caso per caso”. Ed è quello che devono fare i giudici di sorveglianza. Di uno di loro abbiamo raccontato la storia su questo giornale lunedì scorso. Si chiama Marco Puglia, ha 40 anni e lavora in carceri difficili, quelle della Terra dei fuochi, ad alta densità mafiosa, dove imperversa il clan dei Casalesi. Questi detenuti, spiegava, hanno “una forte resistenza alla rieducazione perché la loro subcultura è profondamente radicata nel territorio ma - aggiungeva - la loro tendenziale immutevolezza non ci dà il diritto di sottrarre, a chi invece vuole cambiare, tutti gli strumenti per farlo”.

Perciò l’ergastolo ostativo va abolito. Ma la riforma chiude la porta aperta dalla Consulta. “Toccherà a noi giudici della sorveglianza mantenerla aperta, e riempire di senso costituzionale le parole non proprio cristalline del legislatore”, aggiungeva Puglia, convinto che la vittoria sulla mafia passi, oltre che dalla punizione, dalla possibilità di cambiamento offerta a chi vuol tornare sui suoi passi anche per vie diverse dalla collaborazione con la giustizia. Non è un “liberi tutti”, anzi. È la piena assunzione di responsabilità di chi, per mestiere, deve decidere “caso per caso”. E così deve essere.

Questo giudice è cresciuto con il modello di Falcone e Borsellino, con il loro stesso sguardo umano, la toga sempre “impregnata di realtà” e la Costituzione come bussola. Appartiene alla generazione che ci fa guardare con speranza al tramonto della cultura mafiosa, la generazione scesa nelle strade per testimoniare la cultura della legalità e rivendicare, in virtù di questa, giustizia e verità a tutto campo. È la stessa generazione di Nadia Nencioni, morta a 9 anni con altre quattro persone nella strage di via dei Georgofili, a Firenze, il 27 maggio 1993. Qualche giorno prima della bomba, Nadia aveva scritto una poesia intitolata “Tramonto”, che i ragazzi del Ros hanno fatto trovare a Messina Denaro: “Il pomeriggio se ne va/il tramonto si avvicina/un momento stupendo/Il sole sta andando via (a letto)/è già sera tutto è finito”.