di Marcello Sorgi
La Stampa, 29 gennaio 2025
È un errore molto grave considerare la decisione del Procuratore di Roma Lo Voi di inviare comunicazioni giudiziarie a Meloni, Nordio, Piantedosi e Mantovano come una vendetta, o peggio, l’inizio di una guerra delle Procure con il governo per punirlo della riforma della separazione delle carriere. E non perché, se non proprio in questa iniziativa, ma nelle prossime, prevedibili, che fioriranno su tutto il territorio nazionale verso una classe politica non proprio irreprensibile, non si potrà cogliere qualcosa del genere: la reazione dei pubblici ministeri che si sentono sottomessi a una riforma destinata, nella loro percezione, a ridimensionarne l’autonomia, e affidata a un ministro-magistrato che si sta rivelando al di sotto delle aspettative necessarie per gestire un processo così complesso. Ma mettere al centro di un ennesimo capitolo dello scontro tra politica e magistratura il testo che ha appena cominciato il suo iter parlamentare, non gioverà certamente alla serenità del resto del percorso.
Piegato soprattutto ad esigenze di comunicazione - reagire ai titoli dei giornali di oggi e dei tg di ieri sera con la sua solita frase: “Non sono ricattabile” - il messaggio con cui la premier ha dato notizia dell’accaduto conferma che a Palazzo Chigi le comunicazioni giudiziarie del Procuratore Lo Voi sono state considerate come un atto di guerra, a cui rispondere conseguentemente. Non si è voluta approfondire la dubbia iniziativa, che ha dato fuoco alle polveri, dell’avvocato Li Gotti, un legale con un passato di destra finito sottosegretario per conto di Di Pietro in un governo Prodi, e non estraneo in passato ad altre mosse clamorose. Né si è considerato che Lo Voi possa aver spedito le comunicazioni come primo atto necessario di un’inchiesta, possibilmente destinata, fino a prima della reazione di Meloni, con un’archiviazione che adesso invece, dopo il coro di dichiarazioni della maggioranza di destra centro, suonerebbe come una resa.
Su un punto, però, Meloni non ha torto: il procuratore si è mosso con lo stesso piglio duro, che viene dalla sua lunga esperienza antimafia, adoperato quando ancora guidava la Procura di Palermo contro Salvini, nel processo per sequestro di persona - gli immigrati lasciati fuori dai porti - dal quale il ministro è uscito assolto, in nome appunto della necessaria distinzione tra il piano politico e di governo e quello giudiziario. Lo Voi avrebbe dovuto valutare che la vicenda Almasri proprio oggi doveva approdare in Parlamento, con i due ministri interessati, Piantedosi e Nordio, chiamati a dare spiegazioni sul loro comportamento, a partire dal fatto che quelle comunicate finora sono state considerate insufficienti. Aspettare almeno questo passaggio, per verificare se i ministri siano in grado di fornire qualche dettaglio in più sul corto circuito verificatosi tra il 20 e il 21 gennaio - e tra Torino, Roma e Bruxelles, sede della Corte penale internazionale che aveva chiesto l’arresto del generale libico per le torture ordinate e praticate personalmente in Libia, nonché sullo sbocco finale della scarcerazione e dell’espulsione di Almasri - sarebbe sicuramente servito al procuratore a farsi un’idea più precisa dell’accaduto, prima di prendere le sue determinazioni.
Diversamente Lo Voi ha agito subito e da solo. Individuando nel favoreggiamento del torturatore libico ricercato e nel peculato dovuto al sorprendente rimpatrio con un aereo di Stato di Almasri, accolto in patria come un eroe, i reati per i quali il governo deve rispondere. E pur essendo obbligato (“atto dovuto”, ricorda l’Associazione nazionale magistrati) a comunicare agli interessati l’invio al Tribunale dei ministri di atti che li riguardano, rinunciando ai quindici giorni di tempo che gli sono concessi per decidere.
Ci sono poi altri aspetti, evidenziati nei giorni scorsi dalla stessa Meloni, e meritevoli di approfondimento. Il principale è che Almasri era in giro in Europa da alcuni giorni ed era stato fermato in Germania prima di entrare in Italia. La Corte però ha atteso che il generale arrivasse a Torino prima di emettere il mandato di cattura. Scaricando così sulla magistratura e sul governo italiani le contraddizioni di un caso in cui la “ragion di Stato” legata agli inconfessabili accordi per trattenere in Libia, a qualsiasi prezzo, gli immigrati che lì arrivano stremati dopo l’attraversamento del deserto nigeriano, era destinata a cozzare con il diritto penale internazionale. Prova ne sia che nelle poche ore trascorse da Almasri in carcere in Italia, gli arrivi dei richiedenti asilo a Lampedusa erano ripresi con numeri allarmanti.
Infine, tra gli altri commenti, una delle figlie di Berlusconi, Barbara, ha dichiarato che quanto è accaduto ieri gli ricorda l’avviso di garanzia firmato nel ‘94 a Milano dai magistrati del pool di Mani pulite e consegnato a Napoli al padre mentre presiedeva un G7. Può darsi, anche se il contenuto dell’indagine e le modalità dell’accaduto sono diverse. Non si era mai verificato infatti, prima d’ora, che un premier, due ministri di prima fila e un sottosegretario alla Presidenza fossero indagati nello stesso giorno, tutti insieme.











