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di Giovanni De Luna

La Stampa, 25 aprile 2026

Mai il 25 aprile è stata la festa di tutti gli italiani. Una parte di essi, quella neofascista legata alle memorie del Repubblica sociale, non ha mai festeggiato una data da sempre vissuta come un lutto da elaborare (quello di Mussolini e dei suoi gerarchi esposti a piazzale Loreto) più che come un evento da celebrare. Eppure quel giorno in Italia finì la guerra; finirono i bombardamenti, la borsa nera, la fame e il freddo di quel lunghissimo inverno 1944-1945, le stragi, le imboscate di una guerra civile che, come si diceva allora, in tutto il Nord aveva portato “la morte sull’uscio delle case”. Tutto questo sì che si poteva festeggiare. E invece no: quella festa era solo per gli antifascisti, per i partigiani che si erano ribellati contro gli ordini di Salò, rifiutando venti anni di servilismo, di disciplina, di conformismo, e scegliendo la strada della libertà.

Si riappropriarono, come ci ha ricordato uno splendido libro di Giuseppe Filippetta, sia di quella individuale, impegnando le armi per riacquistare la loro sovranità, sia di quella collettiva, con la Costituente, la Repubblica, un ordinamento giuridico amministrativo che ancora governa la nostra comunità nazionale.

Con la destra al governo le cose non sono cambiate e il “25 aprile” è rimasto una sorta di sismografo del nostro sistema politico, sensibile alle scosse e ai terremoti che hanno attraversato la nostra storia repubblicana dal 1946 a oggi. Anzi, le posizioni si sono vieppiù polarizzate e c’è chi guarda con raccapriccio la possibilità che la seconda carica dello Stato nato dall’antifascismo, uno che in casa si vantava di conservare la statua di Mussolini, prenda parte a qualcuna delle cerimonie previste per celebrare quella data.

Io sono tra questi. Ho sempre pensato al “25 aprile” come a un evento dirimente, che ci aiuta a far chiarezza e non ci getta nella confusione della consueta melassa istituzionale. Però tutto è cambiato da quella lontana primavera del 1945. Allora, come dicevano i versi di una celebre canzone di Italo Calvino, “tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore”. Si stava da una parte o dall’altra senza infingimenti: da una parte c’erano la violenza, la sopraffazione, il genocidio degli ebrei, la potenza bellica della Wermacht; dall’altra la libertà, la democrazia con i suoi valori, il pluralismo politico, l’inclusione. Era uno schema che funzionò durante la guerra (e portò alla sconfitta di tiranni come Hitler e Mussolini) e che funzionò subito dopo nel corso della “guerra fredda”, in un sistema politico internazionale fondato su gerarchie certe (il bipolarismo Usa/Urss) e nel quale le divisioni erano nette (capitalismo contro socialismo, democrazia contro dittatura), con l’incubo atomico a sovrastare e a condizionare le mosse tattiche e strategiche delle due superpotenze e dei loro alleati.

Certo, anche allora, come aveva sottolineato Claudio Pavone, nella Resistenza si potevano distinguere almeno “tre guerre” (quella civile di italiani fascisti contro italiani antifascisti, quella patriottico-nazionale contro il tedesco invasore e quella “di classe” degli operai contro i padroni) e, contemporaneamente, emerse un’ampia “zona grigia” affollata da quelli che nascosero la testa sotto la sabbia, aspettando che “passasse la nottata”. Ma lo schema del Bene contro il Male tenne nonostante tutto e il Bene finì col prevalere.

Oggi non è più così. Le guerre hanno smarrito il loro carattere ideologico e hanno perso la loro capacità di fondare un sistema stabile, fondato su principi inequivocabili e duraturi. Come spesso ci ha ricordato sulle colonne di questo giornale Gabriele Segre, gli elementi etno-religiosi, quasi assenti negli scontri bellici novecenteschi, si sono affacciati prepotentemente sulla scena così de rendere la guerra non più un intervallo tra una pace e l’altra ma l’essenza stessa dell’ordinamento internazionale, un fenomeno endemico, strutturale, con il quale occorre abituarci a convivere.

Non si tratta solo delle follie di Trump o delle intemperanze di Netanyahu. Tra Ucraina e Russia non basta definire Putin “aggressore” per stare con l’Ucraina “senza se e senza ma”. Gli Usa, che allora vennero a “liberarci” incarnando i valori della democrazia, oggi sconvolgono il mondo, assalendo militarmente il Venezuela e l’Iran, a sua volta uno stato-canaglia fondato su in regime che sembra appartenere a un incubo medievale. Per chi era abituato alla razionalità del ‘900 è difficile accettare una logica infarcita di paradossi, come quello (per capirci) che vede ergersi a paladini di Israele proprio coloro che in passato furono i suoi carnefici. Nella babele che sembra prevalere nel sistema politico globale neanche il “25 aprile” ci aiuta a far chiarezza. Almeno per questa volta.