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di Michela Marzano

La Stampa, 16 marzo 2022

“Una cosa che ho capito in guerra è che nell’uomo non c’è granché di umano, se non ha niente da mangiare diventa crudele, se le cose gli vanno male diventa crudele. Ma allora cosa gli resta di umano?”.

A scriverlo è Svetlana Aleksievic, giornalista e scrittrice bielorussa, premio Nobel per la letteratura nel 2015. Nata in Ucraina, Aleksievic, la guerra, la conosce: l’ha vissuta, l’ha osservata, l’ha raccontata. E a chi le chiede cosa pensi della violenza, non smette di ripetere che l’odio non salva, e che l’unica speranza per il mondo risiede nell’amore. La scrittrice, però, non si fa illusioni né sulla natura umana né, tantomeno, sulla realtà dei conflitti.

Invoca la pace, ma non si perde nei meandri delle speculazioni astratte e utopiche di coloro che, partendo dall’errato presupposto che gli esseri umani siano in fondo buoni, restano poi paradossalmente sordi di fronte al grido di dolore delle vittime della guerra. La pace non coincide con il pacifismo. La pace non è sempre e solo assenza di conflitti.

La pace è anche e soprattutto “l’opera della giustizia”, come scriveva il profeta Isaia. E quando si è di fronte all’ingiustizia dell’oppressione violenta, l’uso della forza diventa una difesa legittima. È giusto che il popolo ucraino resista all’invasione. Esattamente come è giusto (oltre alle sanzioni contro Mosca) inviare armi affinché gli ucraini possano difendersi.

Anch’io odio la guerra. Anch’io odio la violenza. Anch’io odio l’oppressione. Odio persino l’aggressività che precede oppressione, violenza e guerra e che, però, facendo intrinsecamente parte della natura umana, non potrà mai essere del tutto cancellata. Ma odio anche l’estrema ipocrisia di chi, in nome della pace, rifiuta di immergersi nella realtà di questi giorni. Eppure, Hannah Arendt ci aveva messo in guardia contro ogni forma di riflessione disincarnata, e ci aveva spiegato che è sempre e solo partendo dagli eventi che il pensiero si incarna e diventa fecondo.

“Io credo che il pensiero stesso nasca dai fatti dell’esperienza viva e debba rimanervi legato come agli unici segni indicatori validi per la propria ispirazione”, aveva scritto la filosofa nel 1961, spiegando come, per lei, tutto era cambiato il 27 febbraio del 1933 (il giorno dell’incendio del Reichstag), e come fosse vano filosofare dall’alto di una torre d’avorio.

E allora perché ci si continua ad allontanare dalla realtà e a pretendere, ad esempio, che non è vero che la pace o la libertà, talvolta, le si conquistano combattendo? Com’è che c’è ancora chi sostiene che sia possibile mettere un termine alla guerra dialogando con chi il dialogo non lo vuole, oppure lo vuole ma solo a patto che si accettino i presupposti della propria propaganda spingendo magari l’Ucraina ad accettare la resa?

Questa guerra, così come tutte le altre guerre - anche quelle più lontane cui non si è voluto (o potuto) prestare attenzione - è fatta di carne e sangue e morte. È fatta di milioni di profughi e di bambini orfani e terrorizzati. Milioni di persone che, anche senza aver preso direttamente parte ai combattimenti, sono traumatizzate, e che l’Europa tutta intera dovrà non solo accogliere, ma anche accompagnare.

Che cosa pensate che possa provare un bambino che ha perso i genitori, o ha assistito al bombardamento della propria casa o della propria scuola, o ha dovuto correre a rifugiarsi sottoterra per scappare dalle bombe? Pensate davvero che, una volta diventato adulto, possa amare la pace (o anche solo amare) oppure intuite (ma per il momento preferite ignorare) che rischia di non poter fare altro che odiare chi lo ha costretto all’esilio o lo ha reso orfano, alimentando a sua volta altre guerre?

Cosa siamo concretamente disposti a fare per queste donne e questi bambini oppure per chi, in Ucraina, resiste e combatte? Possiamo accontentarci di aver paura (o di farci paura) immaginando che l’alternativa secca di fronte alla quale ci troviamo sia quella tra il sacrificio dell’Ucraina e lo scoppio di una guerra atomica?

Oppure siamo pronti a rinunciare al gas russo, anche se questo dovesse comportare da parte nostra ulteriori sforzi (riscaldarci meno, produrre meno, illuminare meno, ecc.)? Non comprare più il gas russo significherebbe smettere di finanziare questa guerra insopportabile e aiutare concretamente l’Ucraina. Molto di più di quanto non si faccia sventolando il fantasma di una terza guerra mondiale. Molto più che le parole belle di chi, rifiutando di schierarsi, lascia di fatto ad altri l’onere di sporcarsi le mani.