di Franz Kafka
Il Dubbio, 16 settembre 2024
Pubblichiamo di seguito un estratto del racconto “Nella colonia penale” di Franz Kafka (ed. Feltrinelli, Collana Zoom Filtri). La macabra operazione avviene in presenza di un esploratore che domanda incredulo al giudice-ufficiale: “l’uomo conosce la sua condanna?”; “no, ne sarebbe nata solo confusione”. In questo racconto kafka mette in scena l’esecuzione di un soldato condannato per insubordinazione attraverso uno strumento di tortura che imprime la “sentenza” direttamente sul corpo.
“È un apparecchio singolare”, disse l’ufficiale all’esploratore e abbracciò con uno sguardo quasi d’ammirazione l’apparecchio che pure gli era ben noto. L’esploratore sembrava aver accettato solo per cortesia l’invito del comandante ad assistere all’esecuzione di un soldato che era stato condannato per insubordinazione e oltraggio ai superiori. L’interesse per quella esecuzione non doveva esser molto forte in tutta la colonia penale. Quanto meno, nella piccola valle profonda e sabbiosa, chiusa all’intorno da pendii scabri, oltre all’ufficiale e all’esploratore c’erano soltanto il condannato, un uomo dall’espressione inebetita, dalla bocca larga, i capelli e il viso incolti, e un soldato che teneva la pesante catena nella quale confluivano le piccole catene con cui il condannato era legato ai polsi, alle caviglie e al collo, e che erano collegate anche fra loro da catene trasversali. Del resto il condannato aveva un aspetto così bestialmente sottomesso, che sembrava lo si potesse lasciar andare in giro liberamente per i pendii e che all’inizio dell’esecuzione bastasse fischiare perché tornasse. L’esploratore aveva poco interesse per l’apparecchio e camminava su e giù, con indifferenza quasi manifesta, alle spalle del condannato, mentre l’ufficiale faceva gli ultimi preparativi, ora infilandosi sotto l’apparecchio piantato in profondità nel terreno, ora arrampicandosi su una scala a pioli per controllare le parti superiori. Erano operazioni che in verità si sarebbero potute affidare a un meccanico, ma l’ufficiale le eseguiva con grandissimo impegno, sia che fosse un particolare sostenitore dell’apparecchio, sia che non si potesse, per altre ragioni, affidare ad altri quell’incombenza.
“Ora è tutto pronto!”, esclamò infine scendendo dalla scala. Era terribilmente spossato, respirava con la bocca spalancata e si era infilato due delicati fazzoletti da donna nel colletto dell’uniforme. “Queste uniformi sono troppo pesanti per i tropici”, disse l’esploratore, anziché informarsi dell’apparecchio, come l’ufficiale s’era aspettato. “Certo”, disse l’ufficiale lavandosi le mani sporche d’olio e di grasso in un secchio d’acqua che stava lì pronto, “ma significano la patria; non vogliamo perdere la patria. - Ma ora guardi questo apparecchio”, aggiunse subito, asciugandosi le mani con un panno e indicando al contempo l’apparecchio. “Fin qui si è reso ancora necessario del lavoro manuale, ma d’ora in poi l’apparecchio lavorerà da solo”. L’esploratore assentì e seguì l’ufficiale. Questi cercò di premunirsi contro tutti gli inconvenienti e disse poi: “Si verificano naturalmente dei guasti; spero che oggi non se ne presentino, comunque bisogna prevederne la possibilità: l’apparecchio resterà in moto per dodici ore consecutive. Ma anche qualora si verifichino guasti, sono di piccola entità e saranno subito riparati”. “Non vuole sedersi?”, chiese infine, trasse da una catasta una sedia di bambù e la offrì all’esploratore; questi non poté rifiutare. Sedeva ora sull’orlo di una fossa, nella quale gettò un sguardo di sfuggita. Non era molto profonda. Su un lato la terra scavata era stata ammucchiata a formare un terrapieno, sull’altro si ergeva l’apparecchio. “Non so”, disse l’ufficiale, “se il comandante le abbia già descritto l’apparecchio”. L’esploratore fece un gesto vago con la mano; l’ufficiale non chiedeva di meglio, perché ora poteva spiegare lui stesso l’apparecchio. “Questo apparecchio”, disse afferrando una biella e appoggiandosi a essa, “è un’invenzione del nostro vecchio comandante. Io ho collaborato subito ai primissimi esperimenti e ho partecipato a tutti i lavori fino alla fine. Ma il merito dell’invenzione spetta a lui soltanto. Ha sentito parlare del nostro vecchio comandante? No? Bene, non esagero affermando che l’organizzazione dell’intera colonia penale è opera sua. Noi, i suoi amici, sapevamo già al momento della sua morte che l’organizzazione della colonia è talmente conchiusa in sé, che il suo successore, anche se avesse avuto mille nuovi progetti in mente, non avrebbe potuto cambiare nulla dell’antico ordine, almeno per molti anni. E la nostra previsione si è avverata; il nuovo comandante ha dovuto riconoscerlo. Peccato che lei non abbia conosciuto il vecchio comandante! - Ma”, si interruppe l’ufficiale, “io chiacchiero e il suo apparecchio è qui dinanzi a noi. Come lei vede, consta di tre parti. Per ciascuna di queste parti si sono costituite nel corso del tempo denominazioni, per così dire, popolari. La parte inferiore si chiama letto, quella superiore disegnatore, e la parte centrale, questa che oscilla, si chiama erpice”.
“Erpice?”, chiese l’esploratore. Non aveva ascoltato con molta attenzione, il sole irrompeva con troppa forza nella valle senz’ombra, era difficile raccogliere i pensieri. Tanto più ammirevole gli sembrava l’ufficiale, che, nell’attillata uniforme da parata, appesantita dalle spalline e coperta di cordoni, con tanto fervore esponeva la sua questione e in più, mentre parlava, si dava da fare con un cacciavite intorno a questa o a quella vite. In una condizione simile a quella del viaggiatore sembrava trovarsi il soldato. Si era avvolto attorno ai polsi la catena del condannato, si appoggiava con una mano al fucile, lasciava penzolare la testa e non si curava di nulla. L’esploratore non se ne stupì, perché l’ufficiale parlava francese e certamente né il soldato né il condannato capivano il francese. Tanto più colpiva dunque il fatto che il condannato si sforzasse tuttavia di seguire le spiegazioni dell’ufficiale. Con una sorta di sonnolenta perseveranza dirigeva lo sguardo sempre verso il punto indicato dall’ufficiale, e quando questi fu ora interrotto da una domanda dell’esploratore, si volse, come l’ufficiale, a guardare l’esploratore.
“Sì, erpice”, disse l’ufficiale, “il nome è quello giusto. Gli aghi sono disposti alla maniera di un erpice, e inoltre il tutto ha il funzionamento di un erpice, anche se lavora su un solo punto e con una tecnica assai più perfetta. Ma capirà tra un attimo. Qui sul letto viene disteso il condannato. - Voglio infatti descrivere prima l’apparecchio, e solo dopo far eseguire la procedura stessa. Così potrà seguire meglio. In più c’è una ruota dentata nel disegnatore che è troppo consunta; stride molto, quando è in funzione; bisogna urlare per farsi sentire; i pezzi di ricambio, purtroppo, qui sono molto difficili da reperire. - Dunque questo è il letto, come dicevo. È interamente coperto da uno strato d’ovatta; lo scopo lo vedrà. Su questa ovatta il condannato viene disteso prono, naturalmente nudo; qui ci sono cinghie per tenerlo allacciato alle mani, ai piedi, al collo. Qui a capo del letto, dove l’uomo, come ho detto, giace dapprima a faccia in giù, c’è questo piccolo tampone di feltro, che può essere facilmente regolato per penetrargli esattamente in bocca. Ha lo scopo di impedire che il condannato urli e si morda la lingua. Naturalmente l’uomo è costretto ad accogliere il feltro in bocca, perché altrimenti la cinghia gli spezzerebbe l’osso del collo”. “Questa è ovatta?”, chiese l’esploratore sporgendosi in avanti. “Certo”, disse l’ufficiale sorridendo, “la tocchi lei stesso”. Afferrò la mano dell’esploratore e la fece passare sopra il letto. “È un’ovatta trattata con un procedimento speciale, per questo ha un aspetto così strano; tornerò a parlare del suo scopo”.
L’apparecchio aveva già un poco conquistato l’esploratore; con la mano sopra gli occhi per ripararsi dal sole, egli guardava in su. Era una costruzione imponente. Il letto e il disegnatore avevano le stesse dimensioni e sembravano due grandi casse scure. Il disegnatore era fissato a circa due metri sopra il letto; le due parti erano collegate agli angoli da quattro sbarre d’ottone, che saettavano nel sole. Fra le due casse, a un nastro d’acciaio, era sospeso l’erpice.
L’ufficiale non si era quasi curato della precedente in differenza dell’esploratore, ma ora seppe cogliere il risvegliarsi del suo interesse; interruppe dunque le sue spiegazioni, per dar tempo al viaggiatore di osservare indisturbato. Il condannato imitò l’esploratore; siccome non poteva ripararsi gli occhi con la mano, guardava in su sbattendo le palpebre. “Dunque l’uomo è disteso”, disse l’esploratore, si appoggiò allo schienale della sedia e accavallò le gambe. “Sì”, disse l’ufficiale, spinse un po’ indietro il berretto e si passò la mano sul volto accaldato, “ora ascolti! Sia il letto sia il disegnatore hanno una propria batteria elettrica; il letto la usa per sé, il disegnatore per l’erpice. Non appena l’uomo è legato con le cinghie, il letto viene messo in movimento. Vibra con minuscole, rapidissime scosse sia di lato che su e giù. Avrà visto macchine simili negli ospedali; solo che nel caso del nostro letto tutti i movimenti sono esattamente calcolati, perché debbono coincidere al millimetro con i movimenti dell’erpice. Ma la vera esecuzione del verdetto è affidata all’erpice”. “Ma cosa dice il verdetto?”, chiese l’esploratore. “Come, non sa neppure questo?”, disse l’ufficiale stupefatto mordendosi le labbra: “Perdoni se le mie spiegazioni sono forse disordinate; la prego di scusarmi. Prima infatti era il comandante che dava le spiegazioni; il nuovo comandante invece si è sottratto a quel dovere onorifico; ma che non metta a conoscenza un visitatore tanto illustre” - l’esploratore cercò di respingere l’onore con entrambe le mani, ma l’ufficiale insistette su quell’espressione - “un visitatore tanto illustre neppure della forma delle nostre sentenze, è un’altra innovazione che...”, aveva un’imprecazione sulle labbra, ma si dominò e disse soltanto: “Non ne sono stato informato, non ne ho colpa. Ma del resto sono più adatto di chiunque altro a spiegare come vengano eseguite le sentenze, perché porto qui” - e batté sulla tasca interna della giacca - “i relativi disegni a mano del vecchio comandante.” “Disegni a mano del comandante stesso?”, chiese l’esploratore. “Ma univa tutto in una sola persona? Era soldato, giudice, costruttore, chimico, disegnatore?” “Certamente”, disse l’ufficiale assentendo col capo, con lo sguardo fisso e assorto. Poi si guardò le mani con occhio indagatore; non gli parvero abbastanza pulite per toccare i disegni; andò quindi al secchio e se le lavò di nuovo. Poi trasse una piccola cartella di cuoio e disse: “Il nostro verdetto non è severo. Al condannato viene scritto sul corpo, con l’erpice, il comandamento che ha infranto. A questo condannato, per esempio” - l’ufficiale indicò l’uomo - “sarà scritto sul corpo: onora il tuo superiore!”. L’esploratore lanciò all’uomo un breve sguardo; quando l’ufficiale lo aveva indicato, teneva il capo abbassato e sembrava tendere tutte le facoltà dell’udito per apprendere qualcosa. Ma i movimenti delle sue labbra, serrate al punto di diventar tumide, indicavano palesemente che non riusciva a capire niente. L’esploratore avrebbe voluto chiedere diverse cose, ma alla vista dell’uomo chiese soltanto: “Lui conosce la sua condanna?”. “No”, disse l’ufficiale e si accinse a continuare le sue spiegazioni, ma l’esploratore lo interruppe: “Non conosce la sua condanna?” “No”, ripeté l’ufficiale, si arrestò un attimo come a esigere dall’esploratore una motivazione più precisa della sua domanda, e disse poi: “Sarebbe inutile rendergli la nota. Tanto la conoscerà sul suo corpo”. L’esploratore stava già per ammutolire, quando sentì che il condannato rivolgeva a lui lo sguardo; sembrava chiedergli se approvasse il modo di procedere che veniva illustrato. Per questo l’esploratore, che era già tornato ad appoggiarsi allo schienale, si chinò di nuovo in avanti e chiese ancora: “Ma che è stato condannato, almeno questo lo sa?”. “Neanche questo”, disse l’ufficiale e sorrise all’esploratore, come se si attendesse da lui altre strane dichiarazioni. “No”, disse l’esploratore passandosi una mano sulla fronte, “dunque quest’uomo non sa neanche adesso come sia stata accolta la sua difesa?”
“Non ha avuto occasione di difendersi”, disse l’ufficiale, e guardò altrove come se parlasse con se stesso e non volesse umiliare l’esploratore esponendogli cose per lui tanto ovvie. “Deve pur avere avuto l’occasione di difendersi”, disse l’esploratore alzandosi dalla sedia. L’ufficiale si rese conto che correva il rischio di essere interrotto per molto tempo nelle spiegazioni relative all’apparecchio; andò dunque verso l’esploratore, lo prese a braccetto, indicò con la mano il condannato, il quale, ora che l’attenzione era così palesemente concentrata su di lui, si mise dritto e rigido - oltre tutto il soldato l’aveva tirato per la catena -, e disse: “Le cose stanno nella maniera seguente. Qui nella colonia penale io ho le funzioni di giudice. Nonostante la mia giovane età. Perché ero a fianco del vecchio comandante anche in tutte le questioni penali e inoltre conosco l’apparecchio meglio di chiunque altro. Il principio in base al quale decido è: la colpa è sempre indubbia. Altri tribunali non possono seguire questo principio, perché sono formati da più persone e hanno sopra di sé tribunali superiori. Qui le cose stanno diversamente, o almeno stavano diversamente con il vecchio comandante. Il nuovo ha in effetti già dimostrato di aver voglia di immischiarsi nel mio tribunale, ma finora sono riuscito a tenerlo lontano, e ci riuscirò anche in futuro. - Lei voleva una spiegazione su questo caso; è semplice come tutti gli altri. Un capitano ha presentato questa mattina una denuncia, secondo cui quest’uomo, che gli è stato assegnato come attendente e che dorme alla sua porta, si è addormentato in servizio. Ha infatti il dovere di alzarsi al battere di ogni ora e di mettersi sull’attenti davanti alla porta del capitano. Un dovere certamente poco gravoso, e necessario, perché dev’essere sempre sveglio sia per far la guardia sia per servire. La notte scorsa il capitano ha voluto controllare se l’attendente facesse il suo dovere. Alle due in punto ha aperto la porta e lo ha trovato che dormiva tutto rannicchiato. Ha preso il frustino e lo ha colpito in viso. Ora, invece di alzarsi e di chiedere perdono, l’uomo ha afferrato il suo padrone per le gambe, lo ha scosso e gli ha detto: ‘Getta la frusta o ti mangio vivo’. - Questi sono i fatti. Il capitano è venuto da me un’ora fa, io ho annotato le sue dichiarazioni e ho scritto subito la sentenza. Poi ho fatto mettere l’uomo in catene. È stato tutto molto semplice. Se avessi prima fatto chiamare l’uomo per interrogarlo, ne sarebbe nata solo confusione. Avrebbe mentito, e se mi fosse riuscito di confutargli quelle menzogne ne avrebbe inventato altre, e così via. Ora invece ce l’ho e non lo lascio più. - Adesso è tutto chiaro? Ma il tempo passa, l’esecuzione sarebbe già dovuta iniziare e io non ho ancora finito di spiegare l’apparecchio”.











