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di Emilia Vera Giurato

Il Dubbio, 12 luglio 2024

C’è un silenzio assordante che tuona come un colpo di arma da fuoco. Un macabro rintocco di morte rimbomba dentro le mura dei nostri istituti penitenziari, ovattati dal resto del mondo, insonorizzati, dimenticati; uno ogni 3 giorni. Nelle carceri italiane la gente si suicida, uno ogni tre giorni nel 2024, fino ad oggi e le statistiche degli anni precedenti fanno rabbrividire, non concedendo alcun margine di aspettative positive. La società civile non fiata, la magistratura - ad eccezione di poche, timide voci - tace. La politica, scellerata ed ottusa, manifestamente inadeguata, prova a barcamenarsi tra le proteste degli avvocati e delle associazioni e la propria incapacità di porre rimedio ad una spaventosa roulette russa che è diventata marchio e simbolo dell’inarrestabile declino di un Paese che non ha più un volto civile. I detenuti sono affidati allo Stato; esattamente come i bambini sono affidati alla scuola nelle ore in cui sono in istituto, come i malati sono affidati agli ospedali durante la degenza.

E dove c’è un principio di affidamento sorge un preciso, inderogabile obbligo di cura. Cosa diremmo se, ogni tre giorni, un malato si togliesse la vita mentre è ricoverato in una struttura sanitaria? Cosa se un bambino o un ragazzo lo facesse a scuola? Di fronte a questo bagno di sangue, invece, nulla. Come se i morti reclusi non fossero affare di alcuno, mentre le carceri sono una sorta di oblio che non restituisce neppure l’eco della sofferenza delle anime segregate. Sembra che i morti in Italia non siano tutti uguali.

E così, mentre Rita Bernardini e Roberto Giachetti provano il proprio corpo con scioperi della fame e della sete, nel disperato tentativo di attirare l’attenzione sull’allarmante emergenza; mentre gli avvocati, da Nord a Sud, si affannano con maratone oratorie ed astensioni volte a sensibilizzare e scuotere le coscienze, il Governo vara il Decreto cd. “Svuotacarceri” che di svuota carceri porta solo il nome e che non scongiurerà il pericolo di altre morti auto indotte.

Le carceri esplodono e non un solo detenuto in meno si conterà a seguito dell’entrata in vigore del provvedimento; anzi, nel frattempo molti altri incrementeranno la popolazione carceraria che aumenta a dismisura di giorno in giorno. Il decreto appena approvato è timido, inidoneo ad incidere positivamente sulle allarmanti condizioni delle nostre carceri; ipocrita nel perseguire obiettivi diversi da quelli oggetto di numerose interlocuzioni, volte principalmente ad arrestare il fenomeno dei suicidi.

L’aumento del personale della Polizia Penitenziaria e l’assunzione di nuovi dirigenti penitenziari non salverà alcuna vita; sono strumenti, utili, si ma che rispondono ad esigenze assai diverse da quella di porre un freno all’attuale emergenza e d’altronde il testo del decreto rivela chiaramente i suoi scopi che consistono nel “garantire il raggiungimento degli obiettivi di efficientamento e innovazione” previsti dal PNRR (art. 2 DL n. 92/ 2024) e “nel garantire la sicurezza e incrementare l’efficienza degli istituti penitenziari” (art. 3). Nella più totale indifferenza alla vita.

Gli Istituti Penitenziari tutti presentano, peraltro, una grave carenza di tutte quelle figure professionali (psicologi, educatori, assistenti sociali) la cui opera garantirebbe, da un lato condizioni di umanità nell’espiazione della pena e dall’altro, un supporto ai detenuti nel delicato percorso volto alla rieducazione ed alla preparazione alla vita che li attenderà dopo.

C’è, tra i detenuti suicidi, una significativa percentuale di persone giunte quasi a fine pena; questo è un dato che dovrebbe fare riflettere. Questi uomini soffrono il carcere e temono la vita che viene dopo e se non si fosse troppo interessati a punire (anche in questo caso il Legislatore non perde l’occasione di introdurre nel sistema una nuova figura di reato) ci sarebbe da chiedersi perché, cercando di capire soprattutto come prepararli ad un efficace (re) inserimento nel tessuto sociale; a beneficio loro e di tutto il sistema.

Ancora, non una parola sulla liberazione anticipata speciale; unico strumento che avrebbe potuto in breve ridurre il sovraffollamento. Quanto alla modifica del procedimento per l’applicazione della liberazione anticipata, non è destinato a sortire alcun effetto nell’immediato, se non quello di intasare ulteriormente i Tribunali di Sorveglianza che sono già ampiamente sovraccarichi e perciò, di fatto, impossibilitati ad operare in tempi accettabili. A prescindere dalla sua sostanziale inutilità rispetto alla situazione di emergenza, è evidente che la nuova normativa non potrà andare a regime prima di diversi mesi. Un tempo troppo lungo, in cui c’è da attendersi che ancora tanti invisibili disperati si arrenderanno alla morte.