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di Errico Novi

Il Dubbio, 4 maggio 2026

Non sappiamo chi maneggerà il dossier giustizia nei prossimi anni. Possiamo dare per scontato, è vero, che non si tratterà dell’attuale guardasigilli. Subito dopo il referendum, Carlo Nordio ha dichiarato di voler portare a termine il mandato per poi allontanarsi dalla politica. Ma non abbiamo elementi per capire se chi governerà l’Italia a partire dal 2027 cercherà un nuovo equilibrio nel rapporto con la magistratura, al di là delle riforme grandi o piccole.

Però, a parte il possibile ritorno di Nordio a una veste che gli sta benissimo, quella dell’analista distaccato, abbiamo anche qualche altra certezza. C’è un movimentismo civico attorno all’Anm, innanzitutto. Se n’è scritto su queste pagine, nei giorni scorsi. In particolare con un articolo, a firma di Valentina Stella, che ha dato conto dell’appello con cui alcuni “comitati del No” scesi in campo con l’Anm contro la separazione delle carriere hanno “proclamato” quanto segue: “La democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive nella partecipazione quotidiana, nella giustizia sociale, nella difesa e nell’attuazione della Costituzione. Non possiamo separare la questione della giustizia da quella della giustizia sociale”. Ergo, quei comitati hanno deciso di costituire un “presidio permanente sui diritti” e di lanciare “un invito alle forze politiche ad un confronto”. Nello stesso servizio sono riportate anche le voci, alcune con nome e cognome, altre coperte da riserbo su richiesta degli interessati, di giudici e pm attivi nelle correnti, i quali auspicano che l’Associazione magistrati rivendichi, anche per il futuro, una centralità nel dibattito pubblico.

Com’era prevedibile, insomma, l’Anm, dopo aver “vinto le elezioni”, è proiettata verso orizzonti che rischiano di snaturarne la vocazione: da sindacato a pseudopartito. Non a caso, questo Dubbio del lunedì è aperto da un’analisi con cui Alessandro Parrotta riflette sulla possibilità di spingere i gruppi associativi della magistratura verso un più rigoroso rispetto della democrazia interna, in particolare nella selezione dei magistrati da candidare al Csm, visto che la vittoria del No ha consolidato l’egemonia, per ora irrevocabile, dell’associazionismo giudiziario nell’elezione dei consiglieri superiori. Parrotta dà seguito alle considerazioni affidate al Dubbio, lo scorso 23 aprile, da uno degli esponenti della magistratura associata dotati di maggiore capacità di analisi politica, Marco Patarnello. E nella sua “replica”, il nostro commentatore riflette persino sulla possibilità di applicare, almeno indirettamente, i princìpi sanciti dall’articolo 49 della Costituzione anche alle correnti dell’Anm.

Il panorama è un po’ spiazzante, ma non così indecifrabile. Siamo di fronte, senz’altro, a una catena di anomalie. A un’Associazione magistrati che ha “vinto le elezioni” sebbene non sia un partito politico - definite il panorama postreferendario come volete, ma nella sostanza di questo si tratta. È chiaro che uno scenario simile pone dei problemi giganteschi proprio alle forze rappresentate in Parlamento. Non è un caso che a rifletterci con un certo piglio siano stati, dalla colonne del Sole-24 Ore di mercoledì scorso, due esponenti del Pd della primissima linea: la responsabile Giustizia Debora Serracchiani, tra le più abrasive nell’indicare svarioni e incoerenze dell’attuale maggioranza, e uno come Andrea Orlando, che è stato guardasigilli, ha avuto un buon rapporto con l’Anm e le sue correnti ma, per formazione personale, ha anche ben chiara la necessità di distinguere col massimo rigore i partiti da ciò che partiti non possono essere. Nel loro intervento a doppia firma, Serracchiani e Orlando hanno lanciato un messaggio abbastanza esplicito: “Sbaglierebbe la magistratura se vedesse nel risultato referendario un’automatica rilegittimazione del suo ruolo, perché è altrettanto vero che vi è un clima di sfiducia crescente dell’opinione pubblica nei suoi confronti”. È un segnale che, come ha scritto Valerio Spigarelli, ha anche un valore “difensivo”: i dem temono anche che il movimentismo civico radunatosi attorno all’Anm possa alterare gli equilibri, nell’elettorato progressista, a favore di Giuseppe Conte anziché di Elly Schlein. È una parte della verità. Ma è oggettivo che i pericoli di esondazione della magistratura associata riguardino tutti, non solo la futura leadership del Campo largo. Ed è qui, in questi rischi, che potrebbe scorgersi, con uno sforzo di ottimismo, un germe positivo lasciato dalla vittoria del No alla riforma Nordio: proprio ora che la magistratura è stata consacrata come “soggetto politico”, forse inizia a maturare l’urgenza di ricostruire, almeno un po’ alla volta, il primato della politica vera e propria. E iniziano a sentire questa necessità anche quei partiti che, come il Pd, hanno contrastato la separazione delle carriere.

L’acme della “anomalia politico giudiziaria”, e cioè la conferma, certificata dalla vittoria del No, dell’egemonia politica dei magistrati, e delle Procure in particolare, potrebbe insomma schiudere, nella coscienza dei partiti, persino di chi ha intrattenuto un rapporto quasi complice con l’Anm, il bisogno di ripristinare l’ordine naturale delle cose. Di restituire il primato alla rappresentanza democratica, cioè alla politica. Di ricostruire davvero il sistema dalle macerie che giacciono ormai dall’epoca di Mani pulite. Potrà esserci un eccesso di ottimismo, in questa lettura. Ma nel processo storico, certi passi falsi - come la bocciatura di una riforma necessaria - possono essere antitesi dialettiche lungo un percorso destinato comunque a compiersi. Vedremo se la lezione di Hegel si imporrà anche stavolta. O se invece la potenza dell’egemonia giudiziaria in Italia sarà tale da sovvertire persino i principi cardine del pensiero moderno.