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di Martina Di Marco

Il Resto del Carlino, 5 luglio 2026

Un auditorium della Mozzi Borgetti pieno per Gianni Alemanno, ospite di Macerata Racconta per presentare il suo libro “L’emergenza negata”. Scritta con Fabio Falbo e altri detenuti del braccio G8 di Rebibbia, l’opera è una denuncia dei pregiudizi e condizioni delle carceri, testimoniate da chi le vive quotidianamente. “Il tema dello stato dei detenuti in Italia non permette più alla politica e al dibattito pubblico di essere rinviato - afferma Riccardo Sacchi, assessore ai Grandi eventi -. C’è un’attenzione alta sul ‘prima’ della detenzione (legge, processo, pena); molto bassa sul ‘durante’ e ancor meno sul reinserimento sociale del detenuto”.

In dialogo con Alemanno, Giancarlo Giulianelli, garante regionale dei diritti della persona, e Lina Caraceni, docente associata di diritto processuale penale e diritto penitenziario al Dipartimento di Giurisprudenza di Unimc. “È importante - sottolinea Caraceni - che i diretti interessati testimonino le condizioni delle carceri italiane, sperando che una voce nota abbia maggiore impatto per amplificare il messaggio”.

“Le strutture penitenziarie vivono in condizione di forte disagio - continua Giulianelli - a partire dall’aspetto edilizio: esempio è il carcere di Fermo”. Sicurezza, sovraffollamento, lentezza burocratica e difficoltà nell’avviare progetti culturali ed educativi in carcere sono i punti focali affrontati da Gianni Alemanno, che ha riportato la sua esperienza in cella a Rebibbia fino all’uscita lo scorso 24 giugno. “Primo problema è una deriva securitaria repressiva e sconclusionata del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) - racconta Alemanno -. Non parlo delle guardie carcerarie, che soffrono le disfunzioni e il sovraffollamento tanto quanto i detenuti; ma del vertice Dap che punta a una sicurezza estrema senza una vera emergenza in atto (ad esempio, ai detenuti è vietato usare il filo interdentale o i coperchi di pentole e padelle per cucinare). A questo si aggiunge un forte sovraffollamento, arrivato al 140%. Una burocrazia lenta aggrava la situazione - continua Alemanno -: tante imprese bussano alle porte del carcere, tanti i progetti culturali ed educativi presentati, ma tutti cadono nel vuoto. Per non parlare dei problemi legati al diritto alla salute”. “Chi sbaglia paga, su questo non c’è dubbio - conclude Alemanno -. Ma è stupido usare il carcere anche per le pene minori. Se si uccide la speranza, il detenuto ha un’immediata ricaduta su sé stesso o cerca altre soluzioni, come la droga. È necessario un netto cambio di mentalità e visioni”.