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di David Allegranti

La Nazione, 26 marzo 2023

“Depenalizzare il reato di tortura significa misconoscere il pieno disvalore sociale di queste pratiche: ma si scherza?”, si chiede Leonardo Bianchi, professore di Diritto costituzionale a Firenze.

La giustizia resta un gigantesco punto interrogativo, a voler essere gentili, del governo di destra-centro, che ha esordito con il decreto rave - inventandosi un nuovo reato laddove non c’erano né emergenza né urgenza sociale - e ora prosegue con altre sontuose trovate sul diritto penale. I protagonisti sono Fratelli d’Italia e Lega, mentre i berlusconiani - i liberali, in teoria - probabilmente dormono.

Gli italo-fratelli vogliono abrogare il reato di tortura. La proposta di legge, prima firmataria la deputata Imma Vietri - la cui competenza in materia al momento mi sfugge, ma di certo ve ne sarà traccia - è stata appena assegnata alla Commissione Giustizia di Montecitorio: “Per tutelare adeguatamente - c’è scritto nel testo - l’onorabilità e l’immagine delle Forze di polizia, che ogni giorno si adoperano per garantire la sicurezza pubblica rischiando la loro stessa vita, e per evitare le pericolose deviazioni che l’applicazione delle nuove ipotesi di reato potrebbe determinare”. L’onorabilità della polizia penitenziaria, tuttavia, non viene scalfita dal reato introdotto nel nostro ordinamento nel 2017, grazie al quale possiamo cercare di fare luce sulle vicende di Ferrara, San Gimignano, Santa Maria Capua Vetere, Firenze, solo per citarne alcune, ma dalle stesse violenze commesse contro i ristretti.

“Depenalizzare il reato di tortura significa misconoscere il pieno disvalore sociale di queste pratiche: ma si scherza?”, si chiede Leonardo Bianchi, professore di Diritto costituzionale all’Università di Firenze: “Opposizione senza sconti ad un tentativo siffatto che trasuda incompetenza e/o malafede, mentre mina le basi stesse dello Stato di diritto. Quanto all’argomentazione, ‘Dove vai? Son cipolle’, si dice a Firenze”.

L’altra questione, ancora più complessa, riguarda i bambini figli di madri detenute. Al momento - la statistica è aggiornata al 28 febbraio - ci sono 23 madri con 26 bambini che stanno crescendo in prigione. E se è vero che il carcere, per dirla con Tocqueville, è “l’università del crimine”, questi bambini sono già iscritti all’asilo nido del crimine. Che cosa potrà mai venirne fuori, di buono? Niente, è evidente. Orbene, la Lega - primo firmatario il capogruppo in Commissione Giustizia della Camera Jacopo Morrone - ha depositato una proposta di legge che anziché tutelare e migliorare le condizioni di vita delle detenute madri, rende la reclusione più afflittiva: nessun differimento della pena automatico per le donne incinte così come prevede l’articolo 146 del codice penale.

“Comportamento inqualificabile per una coalizione garantista solo a parole”, osserva Enrico Costa, deputato di Azione-Italia Viva: “Ancora una volta la maggioranza cerca un bersaglio, attaccando a testa bassa diritti e garanzie. Mentre se la prendono con i bambini, con le madri detenute, un interrogativo sorge spontaneo: ma il ministro Nordio non dice niente?”. La domanda è più che legittima. Il ministro della Giustizia sembra essere il grande assente. Si occupa di teoria del diritto partendo da una posizione - sulla carta - liberale, ma il governo di cui è ministro se ne infischia di certi principi in nome del solito populismo giudiziario.