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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 16 aprile 2026

La procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione per l’inchiesta che cercava di capire come era stato gestito il dossier mafia appalti e il suo “doppione” di Massa Carrara, ritenuto tra le cause dell’accelerazione della strage di via d’Amelio. Ma quello che i magistrati nisseni hanno scritto tra le righe, in quasi 400 pagine firmate dal procuratore Salvatore De Luca con il procuratore aggiunto Pasquale Pacifico e i sostituti Nadia Caruso, Davide Spina e Claudia Pasciuti, è una condanna morale e professionale per un intero sistema di potere dell’allora Palazzo di Giustizia di Palermo. Il quadro che emerge dal documento depositato è quello di un isolamento scientifico, quasi chirurgico, di un uomo che stava cercando di finire il lavoro del suo amico Giovanni Falcone e che si è ritrovato circondato da silenzi, omissioni e manovre di corridoio. La parola che ricorre di più nell’atto giudiziario è “anomalia”. Il procedimento al centro di tutto è il numero 2789/1990, iscritto presso la Procura di Palermo a partire da un dossier monumentale del Ros dei Carabinieri consegnato il 16 febbraio 1991.

Quel rapporto descriveva un sistema unitario di gestione mafiosa degli appalti in Sicilia, che Falcone aveva definito “una centrale unica di natura sicuramente mafiosa che dirige l’assegnazione degli appalti e soprattutto l’esecuzione degli appalti medesimi, con inevitabili coinvolgimenti delle amministrazioni locali”. Un’indagine che Falcone aveva seguito fino al suo trasferimento al ministero, e che Borsellino continuava a tenere d’occhio con interesse esplicito e documentato.

Il sistema di anomalie - La richiesta di archiviazione della procura nissena individua tre precondizioni delle stragi: l’isolamento di Falcone e Borsellino all’interno della procura; il notevole aumento della loro esposizione agli occhi di Cosa Nostra e di ambienti politico-imprenditoriali, legato al modo in cui il procuratore Pietro Giammanco gestiva le indagini; e la conduzione discutibile del filone mafi-appalti nel periodo in cui Giammanco esercitò le sue funzioni. Vale la pena riportare, punto per punto, cosa - secondo la procura nissena - non tornò in quella stagione investigativa. E non tornò nulla fin dall’inizio. Tutto è stato documentato grazie all’indagine capillare della polizia giudiziaria, in particolare il Gico, reparto d’élite della Guardia di Finanza specializzato nel contrasto a mafie, criminalità economica complessa e riciclaggio.

La prima anomalia riguarda le fughe di notizie. Il gip nisseno Gilda Lo Forti aveva già stabilito nell’ordinanza del 15 marzo 2000 che era “assolutamente certo” che l’informativa del febbraio 1991 fosse stata illecitamente divulgata prima degli arresti di luglio 1991. Chi avesse diffuso le notizie non fu mai accertato. Quello che fu escluso è che le fughe fossero da imputare ai Carabinieri: la cosiddetta teoria della “doppia informativa”, con cui la procura di Palermo cercò di scaricare la responsabilità sull’Arma, non resse all’esame del gip.

Il secondo nodo riguarda un conflitto di interesse mai affrontato apertamente. Francesco Pignatone, padre del magistrato Giuseppe, uno dei titolari dell’indagine, era presidente dell’Espi, l’unico socio azionista della Sirap, la società al centro dell’inchiesta. Nonostante questo, Pignatone rimase titolare del procedimento e firmò provvedimenti che riguardavano direttamente la Sirap, incluse le proroghe delle intercettazioni sulle sue utenze. Il gip nisseno fu preciso: “Una più attenta valutazione di opportunità” avrebbe dovuto spingere il magistrato a non occuparsi di quella vicenda. Prima di consegnare l’informativa ai giudici del riesame, circa un terzo del rapporto venne omissato. Lo ha confermato Lo Forte in una dichiarazione del 2025: “Un terzo dell’informativa del febbraio 1991 venne omissato, prima del deposito degli atti al riesame, da me e Pignatone con l’ausilio del cancelliere”. Il problema però è quello che rimase leggibile: nelle parti depositate al riesame erano visibili le posizioni di Antonino e Salvatore Buscemi, comprese le loro cointeressenze con il Gruppo Ferruzzi. I Buscemi non erano tra gli arrestati. Nessuno dei titolari del procedimento è riuscito a spiegare per quale ragione quella parte non fosse stata coperta. Il gip aveva già rilevato nel 2000 che quella scelta aveva avuto “la conseguenza, diretta ed immediata, di sminuire le possibili aspettative di futuri e concreti sviluppi investigativi”, avendo messo sull’avviso soggetti ancora indagati. Nel 2024 l’ex ufficiale Umberto Sinico, sentito il 18 aprile, raccontò di aver relazionato personalmente a Pignatone dei legami tra il gruppo Ferruzzi e i Buscemi, e di aver avanzato richiesta di perquisizioni nei confronti di Siino, Lipari e Buscemi. La richiesta non fu accolta. E spiegò che il suo gruppo aveva chiuso le proprie attività investigative perché, intercettando la segretaria di Siino, aveva appreso che quest’ultimo “aveva saputo in procura di essere intercettato”. Una frase che, nel contesto di quella stagione, pesa come un macigno.

Il countdown verso Via d’Amelio - L’anomalia più clamorosa, quella che lo stesso Pignatone avrebbe poi definito un reato, riguarda però il procuratore Giammanco. Il 6 agosto 1991, un giorno dopo le udienze al riesame in cui era stata depositata la versione parzialmente omissata, Giammanco trasmise all’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli la versione integrale dell’informativa del Ros. Non con una nota ufficiale: il rapporto era accompagnato da un appunto non sottoscritto e da un biglietto manoscritto indirizzato alla “Carissima Livia”, presumibilmente Livia Pomodoro, con i saluti per le ferie estive. Non solo il dossier, ma anche tutti gli allegati e la lista di alcuni onorevoli attenzionati dall’indagine. Martelli restituì tutto al mittente, “nel rilevare la singolarità dell’inoltro” di atti coperti da segreto. Falcone era furioso: disse che Giammanco “aveva trascurato o insabbiato quell’indagine” e che, “anziché sviluppare le indagini devolveva l’intera questione al mondo politico”, non solo al ministro della Giustizia, ma anche a quello degli Interni e alla Presidenza della Repubblica. Lo stesso Pignatone, interrogato nel luglio 2025, fu categorico: “Se era tutto il rapporto mandato al ministero, era un reato”. Come ricostruito dalla procura nissena, la circostanza era diventata nota all’interno dell’Ufficio già nel 1991, certamente prima della strage di Capaci, alla ristrettissima cerchia di magistrati vicini a Giammanco. Eppure nessuno di loro ne riferì nulla al Csm nell’estate del 1992. Nel frattempo il procedimento veniva sistematicamente smembrato: posizioni di indagati stralciate e trasmesse a Marsala, Trapani, Caltanissetta, Agrigento, Roma, Udine. Quella visione unitaria che Falcone aveva immaginato, la centrale unica, l’approccio integrato a mafia, politica e imprenditoria, si dissolse in tronconi sparsi.

Il 13 luglio 1992 arrivò la richiesta di archiviazione del procedimento mafia-appalti. Tra i soggetti archiviati c’erano i Buscemi, Pino Lipari e altri mafiosi. I collaboratori di giustizia Siino, Brusca e Cancemi riferiranno che i Buscemi “hanno usufruito di un trattamento giudiziario e processuale “particolare”. Dichiarazioni che non avevano però “mai raggiunto la dignità di prova”. Il giorno dopo, il 14 luglio 1992, Giammanco convocò una riunione generale della procura. Paolo Borsellino era presente. Chiese chiarimenti sul fascicolo mafia appalti, si interrogò su alcune carte assenti e ottenne di rinviare la discussione. Come riportato nell’atto da poco depositato, dalle dichiarazioni rese al Csm da più colleghi presenti, non emerge che si sia parlato della richiesta di archiviazione redatta il giorno prima. Cinque giorni dopo, esattamente il 19 luglio 1992, Borsellino fu ucciso in via D’Amelio. La richiesta di archiviazione di mafia appalti giunse al gip il 22 luglio. In meno di un mese, l’allora giudice La Commare archiviò in due righe. Il resto è Storia. Ma che rimane tuttora non chiarita fino in fondo.