di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 14 luglio 2023
Ipotesi decreto per correggere una sentenza della Cassazione che mette a rischio i processi. Il governo non intende seguire il ministro della Giustizia nella sua “fuga in avanti” sulla “rimodulazione” del concorso esterno in associazione mafiosa. “C’è una giurisprudenza consolidata, non riaprirei altri discorsi”, taglia corto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, uno dei due magistrati (insieme a Nordio) arruolati nell’esecutivo Meloni. Piuttosto, lascia intendere che ci sarà un intervento che va nella direzione opposta al paventato abbassamento della guardia nel contrasto alla criminalità organizzata; addirittura un decreto legge per rimediare ai possibili danni prodotti da una recente sentenza della Corte di cassazione che mette in discussione la matrice mafiosa di alcuni delitti (compresi gli omicidi) quando non è contestato il reato associativo. Nonostante ci sia l’aggravante di favorire la camorra, la ‘ndrangheta o Cosa nostra.
Si tratta dei “problemi determinati dalla giurisprudenza dell’oggi” che Mantovano richiama per allontanare l’attenzione da quelli della giurisprudenza di ieri evocati dal Guardasigilli Nordio a proposito del concorso esterno. Che peraltro non è un reato previsto dal codice penale, quindi non c’è nulla da abolire o modificare; si tratta di una costruzione giuridica immaginata dai tempi del pool antimafia di Falcone e Borsellino, ma addirittura fin dagli anni Trenta del Novecento, come ha ricordato ieri il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia davanti alla commissione antimafia: “Mi pare difficile non ricorrere più a uno strumento che si è rivelato utile e corretto”. Se si vuole immaginare qualche riforma, trattandosi di una materia “oggettivamente delicata”, si può prendere spunto dalla “giurisprudenza molto consolidata” e trasformarla in una nuova norma, “ma sul versante dell’associazione mafiosa, nel senso di individuare ulteriori forme tipizzate di condotte che non sarebbero più concorso esterno ma una vera e propria partecipazione all’associazione mafiosa”.
In ogni caso, fa capire Mantovano, l’argomento non è all’ordine del giorno. Il fatto che per arrivare alla “giurisprudenza consolidata” si siano impiegati anni significa che se ne può dibattere, dunque non c’è una sconfessione di Nordio. Ma è meglio occuparsi d’altro. Anche per dare l’immagine di un governo che intende rafforzare e non indebolire il contrasto alle mafie. Per esempio intervenendo su un altro fronte aperto non dal governo o dal Parlamento, bensì dalla stessa magistratura. A settembre 2022, infatti, è stata emessa dalla prima sezione penale della Corte di cassazione una sentenza in cui è stato dichiarato illegittimo l’uso di alcune intercettazioni disposte e realizzate secondo il regime meno rigoroso che si applica ai delitti di criminalità organizzata: per disporle non servono “gravi indizi” di reato, basta che siano “sufficienti”; e i decreti di autorizzazione possono durare fino a 40 giorni anziché i 15 stabiliti per i reati comuni. Secondo il ragionamento della prima sezione che su questo punto hanno accolto il ricorso degli imputati, per accedere al regime previsto per i “delitti di criminalità organizzata” occorre “la contestazione di una fattispecie associativa”, lasciando fuori gli altri reati “per quanto commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416 bis”, cioè per favorire le associazioni mafiose.
Un ragionamento giuridico che - come segnalato da molte Procure distrettuali e dalla stessa Procura nazionale antimafia - rischia di far saltare molti processi in corso istruiti e celebrati secondo precedenti interpretazioni. “Mettere in discussione il concetto di criminalità organizzata significa creare un certo allarme in tutto il sistema”, insiste Mantovano. Non solo per le intercettazioni, “ma anche per le aggravanti speciali, i benefici penitenziari, le pene e così via”. Significa, in soldoni, indebolire il “doppio binario” secondo cui per i reati di criminalità è più facile condannare e più difficile (se non impossibile) avere accesso ai benefici. E in attesa che a dirimere la questione posta dal nuovo verdetto siano le Sezioni unite della Cassazione (com’è successo per il concorso esterno), il governo sta studiando la possibilità di intervenire d’urgenza con un decreto legge. Le prime riunioni tra i tecnici degli uffici coinvolti si sono già svolte. Per dare “una definizione di criminalità organizzata attraverso una legge, come quarant’anni fa per definire l’associazione mafiosa”, ha spiegato Mantovano in questi incontri. E forse anche per uscire dall’angolo del confronto-scontro con l’Associazione nazionale magistrati, per una singolare coincidenza: nel collegio di cinque giudici che ha emesso la sentenza finita nel mirino del governo c’era anche (sebbene non nelle vesti di relatore) Giuseppe Santalucia, il presidente dell’Anm che appena una settimana fa ha polemizzato direttamente proprio con “l’ex collega” oggi sottosegretario a Palazzo Chigi, a proposito di “interferenze giudiziarie nella politica”.










