di Conchita Sannino
La Repubblica, 15 giugno 2021
Il ministero della Giustizia: non ci sarà una risposta diretta. Ma la Guardasigilli ha già detto in
Antimafia: "Zero permessi ai mafiosi al 41 bis". La lettera del capomafia Giuseppe Graviano alla ministra Cartabia? È stata già da settimane inoltrata al Dap. Ma l'unica certezza che filtra da via Arenula è che "non c'è stata e non ci sarà alcuna risposta" al boss che fu uno dei mandanti delle stragi del 1993: 10 morti e 106 feriti, oltre al gravissimo danno per il patrimonio d'arte del Paese.
L'unica, del tutto indiretta, "reazione" della titolare della Giustizia si può tuttavia leggere nelle nette parole che la ministra ha pronunciato, solo cinque giorni fa, dinanzi alla commissione Antimafia: "Zero (permessi) al 41 bis", un accento più fermo del solito, illustrando in generale l'esame delle richieste pervenute da alcuni detenuti, evidentemente mafiosi, destinati al regime di carcere duro, mentre si soffermava sul tema dell'ergastolo ostativo e del lavoro sulla nuova norma di cui deve sentirsi investito fino in fondo il Parlamento, se non si vuole che sia la Consulta a procedere direttamente all'abrogazione.
E intanto, da quanto risulta a Repubblica, la missiva indirizzata da Graviano a Cartabia potrebbe essere acquisita dai pm della Procura di Firenze, nelle prossime ore. Proprio come è stato fatto dagli stessi inquirenti con quei fogli che lo stesso ergastolano aveva inviato, ormai 8 anni fa, all'allora ministra Beatrice Lorenzin. Che cosa significano quegli scritti? Recano messaggi o avvertimenti sotterranei? Sono segno di minacce, dopo la stagione di tritolo e sospetti, di macerie e innocenti a terra che puntava a piegare il Paese nei primi anni Novanta? Anche a queste domande, evidentemente, potrebbe rispondere l'istruttoria dei magistrati fiorentini.
Era il 10 giugno scorso quando la ministra Cartabia è arrivata a Palazzo San Macuto, in audizione dinanzi alla commissione parlamentare Antimafia. Nessun riferimento ufficiale alla lettera inviata dal mafioso Graviano, di cui ha dato notizia lunedì scorso Il Fatto. Ma l'ex presidente della Consulta, toccando il tema della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo sull'ergastolo ostativo, e del conseguente "appello" della Consulta al Parlamento, aveva consegnato un dettaglio numerico tra gli altri, a proposito delle richieste globalmente pervenute ed esaminate da detenuti della massima sicurezza.
Cartabia aveva infatti ricordato come i detenuti destinati al carcere duro, quelli sottoposti appunto al 41 bis, non potessero usufruire dei permessi premio (né, ovviamente, della libertà condizionale) proprio perché ritenuti ancora collegati al sistema criminale, considerati socialmente pericolosi e per questo isolati in regime speciale.
"Può essere interessante sottolineare - aveva dunque detto Cartabia - che, dopo la decisione della Corte 253 del 2019 sui permessi premio, dal 41 bis, sei detenuti ergastolani hanno chiesto la possibilità di fruire dei permessi premio. Ad oggi nessuno - dal 41bis - l'ha ottenuto. Zero dal 41bis". Non solo. Precisando inoltre che allo stato, in Italia, "i detenuti sottoposti" al carcere duro "sono 753, di cui 740 uomini e 13 donne", la ministra sottolineava: "Del resto, l'applicazione del regime di cui all'articolo 41 bis presuppone l'attualità dei collegamenti con organizzazioni criminali; sicché, per chi è in regime di 41 bis, l'accesso ai benefici penitenziari non risulta possibile, perché non è compatibile con una valutazione di "sicuro ravvedimento" qual è quello richiesto dalla Corte costituzionale per la concessione dei benefici". Insomma: ostacoli insormontabili su cui possono infrangersi le speranze di mafiosi e criminali. E ora il testo scritto da Graviano potrebbe essere esaminato nell'ambito dell'inchiesta fiorentina.
I pm toscani che indagano infatti, come aveva raccontato tre mesi fa l'Espresso, su alcune dichiarazioni che il boss palermitano di Brancaccio ha reso a proposito dei suoi presunti rapporti con Silvio Berlusconi, avevano già allegato agli atti la missiva che lo stesso padrino ergastolano aveva inoltrato nel 2013 all'allora ministra della Salute.
Cinque pagine fitte, scritte ovviamente a mano, in cui Graviano si dichiarava "innocente", ma in carcere sottoposto al regime di massima sicurezza "solo per le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, senza riscontri", aggiungendo poi rivolto a Lorenzin: "Come ben sapete voi esponenti del Pdl, perché dal primo giorno del mio arresto mi è stato detto che se non avessi accusato il presidente di Forza Italia e collaboratori, venivo accusato di tutte le stragi del 1993 in poi. Lo stesso i miei fratelli di altre accuse di associazione mafiosa, invitandomi a confermare le accuse dei collaboratori di giustizia nei confronti del senatore Berlusconi". Racconto poi ribaltato quando è tornato ad accusare Silvio Berlusconi. Che, occorre precisare, è entrato nelle inchieste di mafia almeno per quattro volte, e ne è sempre uscito con una archiviazione.
"Se è vero che Giuseppe Graviano ha scritto una lettera al ministro Cartabia, non ne sono al corrente, dunque non ne conosco il contenuto", alza le mani anche il difensore di Graviano, l'avvocato Giuseppe Aloisio, lo stesso che tre mesi fa ha firmato per Graviano il ricorso in appello contro la sentenza della Corte d'assise di Reggio Calabria in cui era stato condannato all'ergastolo, nell'ambito del processo "'Ndrangheta stragista", come mandante dell'agguato consumato il 18 gennaio 1994 sull'autostrada. All'altezza dello svincolo di Scilla, caddero uccisi due carabinieri: Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Continua il legale: "Se effettivamente l'ha scritta, non penso possa essere un messaggio, non lo credo. A questo punto dovrò parlarci nei prossimi giorni per capire. Ma naturalmente il nostro colloquio resterà riservato".
Ombre, mezze parole e ancora una missiva firmata da un boss che, stando alle sentenze, ha scritto pagine di sangue e morte nei dolorosi anni delle stragi. Ci furono 7 attentati in quei 14 mesi: dal 23 maggio del 1992 al 28 luglio 1993. Non solo le voragini di Capaci e via D'Amelio in cui morirono, con le donne e gli uomini delle scorte, Falcone e Borsellino, ma l'attentato contro Maurizio Costanzo, il raid a Firenze in via dei Georgofili, l'esplosivo a Milano in via Palestro, poi l'altro disegno stragista ancora nella capitale contro la Basilica di San Giovanni Laterano. E almeno un'altra dozzina di esplosioni ideate e non messe a segno. Un incubo che aspetta non lettere di ergastolani, ma pezzi di verità.











