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di Federica Angeli

La Repubblica, 9 marzo 2022

Un collaboratore di giustizia accusa il Servizio pentiti. Ha contribuito a far condannare i boss romani. E con la famiglia dal 2016 ha cambiato 10 città. “I Nop non ci proteggono e subiamo angherie”.

“La verità è che noi collaboratori di giustizia veniamo trattati coi guanti bianchi dallo Stato fino a quando serviamo. Quando poi i processi sono terminati e le nostre parole, tanto preziose quando era ora di incastrare boss e prive di significato quando si sono raggiunte le condanne, diventiamo un peso. E allora iniziano angherie gratuite che ci mettono in pericolo”. La denuncia è di un pentito che preferisce mantenere l’anonimato e che vive sotto copertura in località protetta con tutta la sua famiglia (moglie e tre bambini).

Vive da fantasma in giro per l’Italia dal 2016 da quando la sua testimonianza ha portato in carcere una cinquantina di boss della mafia romana, oggi condannati con sentenza passata in giudicato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Di lui i magistrati nelle ordinanze di arresto dei mafiosi scrivono “testimone attendibile e affidabile in quanto a conoscenza di tutti i fatti occorsi poiché un tempo interno al clan di cui rivela fatti precisi e circostanziati”. Le sue accuse di oggi, se dovessero rivelarsi vere e attendibile come la testimonianza che ha incastrato 46 boss, metterebbero nei guai il Nop, il Nucleo operativo pentiti, ovvero il servizio che in tutta Italia si occupa della gestione dei collaboratori di giustizia.

Cosa intende quando dice che lo Stato vi abbandona quando non servite più?

“Che le premure che ha all’inizio il Nop, ovvero spese mediche pagate, trattamento di riguardo nelle località in cui ci portano, attenzione massima a ogni avvisaglia di pericolo che comunicavamo, dopo un anno, quando i processi ormai sono incardinati e hanno preso una piega favorevole alle procure, svaniscono. E la nostra vita diventa un incubo”.

Può spiegarmi meglio?

“Le faccio un esempio: noi pentiti, da quando entriamo nel programma di protezione, perdiamo la nostra identità, ci danno un nuovo nome e cognome. Nessuno deve sapere chi siamo. Invece, operatori del Nop nella località in cui attualmente ci troviamo hanno rivelato alle segretarie della scuola dove vanno i miei figli la nostra vera identità. Questo significa che non possiamo più vivere in questa città, la nona che cambiamo e le ultime due sempre per questo medesimo motivo. Ora anche i compagni di scuola dei miei bambini sanno chi siamo. E rivelano ai nostri figli che le loro mamme gli hanno detto: ‘Non giocare con quella bambina perché il papà ha il Covid e sta male’. E i nostri figli sono isolati. Le persone hanno paura di chi ha avuto a che fare con la mafia. Le sembra giusto questo?”

Siete quindi in procinto di cambiare città per la decima volta in sei anni?

“In teoria dovremmo, ma nessuno dalla Procura ci ascolta. Il Nop, sapendo di aver sbagliato, ha rigirato la frittata e detto che siamo stati noi a rivelare la nostra identità. Ma noi non siamo stati ammoniti per questo mentre, in genere, se una procura crede alle segnalazioni del Nop, ci ammonisce e, dopo tot ammonizioni, sei fuori dal programma. Invece qui tutto tace, non succede nulla, non ci cambiano località e non ci puniscono. E ci mancherebbe, anche visto che non abbiamo fatto nulla”.

Mi accennava anche ad altri problemi, vuole dirli?

“Certo. Ogni volta che cambiamo un appartamento e ci trasferiamo in un’altra città, ci vengono accollate spese per danni, veri o presunti, che avremmo fatto noi nella casa che lasciamo. Per quelli veri, ci mancherebbe, è giusto. Ma ogni volta ci imputano spese inesistenti. Come una volta che ci hanno detratto 700 euro per un conguaglio del gas che, secondo loro, non avremmo mai pagato. Abbiamo chiamato la ditta del gas e chiesto se avessimo lasciato insoluti e ci hanno risposto che era assolutamente tutto a posto e pagato: la telefonata l’abbiamo registrata, ormai ci tuteliamo così. Oppure un’altra volta ci sono stati addebitati 2.000 euro per ridipingere una parete che i miei figli avevano sporcato con dei pennarelli. A parte il fatto che la cifra richiesta mi sembra eccessiva, ho pagato perché il danno effettivamente era stato fatto. Dopo mesi un nostro parente, sempre sotto protezione, è finito in quella casa e ci ha mandato un messaggio chiedendoci se fossimo stati in quella città e in quella casa perché aveva visto dei disegni sul muro. Quindi, noi abbiamo pagato 2.000 euro per ridipingere una parete che poi non è stata imbiancata? Questo è solo uno dei tanti esempi, neanche le spese mediche ci pagano.

Ha provato a denunciare tutto questo?

“Ovviamente sì, ma, malgrado le prove e le registrazioni, nessuno ci prende in considerazione. La cosa assurda è che ci dicono di sporgere denuncia presso il servizio Nop che ci segue come collaboratori di giustizia”

Le sue accuse sono molto forti, rifarebbe la scelta di collaborare con la giustizia?

“Quando ho scelto di passare dalla parte dello Stato l’ho fatto perché credevo nella giustizia e nella legalità e pensavo fossero più forti della mafia. Ci credo ancora e spero che le mele marce di questo nucleo siano allontanate e che un qualsiasi magistrato che legge le mie parole possa scegliere di ascoltarmi e capire che, ancora una volta le mie parole sono verità. Come lo sono state contro i mafiosi oggi in carcere, lo sono oggi”.