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di Giuseppe Legato

La Stampa, 19 marzo 2026

Il pericolo più attuale di fronte alle mafie oggi? “La sottovalutazione stessa rispetto alla “zona grigia” dentro la quale le mafie prosperano”. E poi “c’è una tendenza a “depenalizzare” i reati dentro la propria coscienza. A praticare una legalità che non risponde al senso di giustizia, ma alle convenienze personali. Io spero che la piazza del 21 marzo possa dare una scossa a chi rimane indifferente. L’energia dei giovani, il dolore delle famiglie delle vittime, la responsabilità dei tanti amministratori locali presenti, devono dare il segno che un cambiamento è possibile e necessario”. Eccolo qui don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che dopodomani porta memoria e antimafia in piazza a Torino, epicentro nazionale del giorno in ricordo delle vittime.

Don Luigi, una parola che racconti più di altre il prossimo 21 marzo?

“Coralità”.

Perché?

“Perché è un modo per dire “noi”. I verbi dell’impegno si declinano sempre al plurale: è il noi il soggetto del cambiamento. Non abbiamo bisogno di eroi solitari, e non possiamo delegare solo agli altri. Tutti siamo responsabili del bene comune, quindi tutti dobbiamo darci una mossa con l’ambizione di mettere ciascuno in gioco le proprie capacità migliori”.

In che modo la coralità delle voci delle vittime innocenti, che riecheggia il 21 marzo, può rafforzare l’impegno collettivo contro tutte le mafie?

“È bello il riferimento alle “voci”. Perché rimanda esattamente l’idea che Libera promuove da sempre: ricordare quelle persone da vive. Come se fossero ancora in mezzo a noi, per spronarci a fare di più. L’assenza fisica delle vittime è dolorosa, per i loro famigliari e non solo. La presenza di tanti che non le dimenticano diventa un messaggio di speranza: vi ascoltiamo, sentiamo le vostre richieste e ce ne assumiamo la responsabilità”.

Come bilancia la memoria delle vittime con l’urgenza di giustizia sociale nel giorno del 21 marzo?

“Lo diciamo spesso: non basta tagliare la malaerba in superficie, bisogna colpire il male alla radice. E le radici delle mafie sono culturali e sociali”.

È una premessa?

“Sì, per dire che vanno cambiate le condizioni strutturali di disuguaglianza che creano povertà, anche educativa. Il crimine non deve trovare “terreno fertile” nell’ignoranza e nei bisogni inascoltati delle persone”.

La Chiesa fa abbastanza in questo percorso?

“La Chiesa negli ultimi anni ha davvero cambiato passo nell’affrontare il tema delle mafie; c’è stata una maggiore presa di coscienza ed esiste un grande fermento in tante parrocchie, Diocesi, e in quell’associazionismo cattolico che fin da subito, del resto, aveva aderito a Libera: tante espressioni di antimafia concreta, sui beni confiscati, fra i giovani. Un impegno pastorale che si traduce in azione sociale, con la catechesi e la testimonianza liturgica a richiamare il nesso profondo che esiste fra la Parola evangelica e la resistenza al crimine e alla corruzione. Anche le gerarchie ecclesiastiche sentono il bisogno di formarsi, per dettare una direzione sempre più chiara. Proprio a Torino poche settimane fa si è svolto un incontro dei rappresentanti delle varie Conferenze episcopali europee su questi temi”.

Di fronte a riforme che indeboliscono, a detta di diversi autorevoli magistrati impegnati da decenni sul fronte, la lotta alla mafia mitigando reati spia si può dire che la lotta alle mafie non abbia sufficiente centralità nell’agenda dell’esecutivo?

“La politica in troppi casi fa passi indietro, anziché avanti. Si entusiasma per l’arresto dei latitanti illustri (che non è merito suo), e reagisce ai fatti di cronaca eclatanti in maniera sbrigativa. Si inaspriscono le pene per i reati “di strada”, che creano allarme sociale, mentre diventa più difficile perseguire i crimini che alle mafie fanno da sponda, a partire dalla corruzione. Si fanno due pesi e due misure: in carcere ci finiscono i minorenni dei quartieri disagiati, le persone straniere o tossicodipendenti. Ma il narcotraffico resta l’affare più lucroso e i criminali “in guanti bianchi” in cella finiscono raramente”.

Quando si parla di mafie al Nord non si parla solo di infiltrazione, ma di adattamento reciproco tra organizzazioni criminali e territori. Come si incide su questo segmento sociale?

“Oggi purtroppo vediamo le imprese di mafia agire stabilmente insieme alle imprese che mafiose non sono, condividendo affari e servizi. Si può dire che le mafie, in certi ambienti, facciano scuola. La loro capacità di aggirare le regole, di fare profitti calpestando i diritti delle persone, è visto come modello “di successo”, in una società che mette la ricchezza al centro di tutto”.

Vede margini per scardinare questa visione?

“È difficilissimo. L’unica strada è l’educazione: partire dalle scuole, dai bambini e dalle bambine, dagli adolescenti. Proporre esempi alternativi, storie forti di coraggio che sappiano affascinarli e tenerli svegli”.