di Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 30 ottobre 2026
La presidente del Consiglio ha definito “vergognosa” la decisione con cui un giudice di Milano ha fatto scarcerare Youssef Siher, presunto istigatore dei recenti e gravi disordini di piazza. Noi non conosciamo gli atti processuali (come del resto non sembra che possa conoscerli Giorgia Meloni) e non entriamo quindi nel merito della vicenda. Ma l’espressione usata dalla presidente, che riattizza lo scontro con la Magistratura sul referendum, consente alcune osservazioni. Definire “vergognosa” la decisione di un giudice significa recare una vera e propria ingiuria a quel giudice e cercare di intimidire la Magistratura, minandone l’indipendenza.
Lasciamo da parte questo secondo punto, anche perché per fortuna i nostri magistrati non sono usi a lasciarsi intimidire. Ma resta l’ingiuria. Non va bene, e più precisamente è una reazione scomposta e inammissibile, ingiuriare un giudice per la decisione che egli ha ritenuto di dover emettere. Le decisioni dei magistrati si possono criticare, ma in modo corretto. Nessuno può recare offesa ad un giudice che ha fatto ciò che la sua professione gli impone e, attraverso lui, alla Magistratura. E tanto meno può farlo un presidente del Consiglio, com’è ora Giorgia Meloni: la posizione istituzionale comporta degli obblighi particolari che non possono essere dimenticati.
La presidente Meloni non tiene conto che la Magistratura è un potere dello Stato, garantito dalla Costituzione, e come tale va rispettato. L’ingiuria che essa, come massimo rappresentante del potere esecutivo, rivolge a un giudice e quindi alla Magistratura mette in dubbio il principio costituzionale della separazione dei poteri.
Attaccando la decisione di un giudice con l’espressione “vergognosa” Giorgia Meloni invade il campo del potere giudiziario e sembra volersi sostituire a questo. In tal modo delegittima sia quel giudice, sia l’intera Magistratura, creando nei cittadini sfiducia nei suoi confronti. E la sfiducia verso la Magistratura è perniciosa: non solo per la funzione suprema che questa riveste, ma anche perché comporta un “distacco” ideale da tutte le pubbliche istituzioni, e in definitiva dal principio di Stato di diritto. Non è casuale che anche una “Raccomandazione” del 2010 del Consiglio d’europa (di cui l’italia fa parte) stabilisca che, “Se commentano le decisioni dei giudici, i poteri esecutivo e legislativo devono evitare ogni critica che possa compromettere l’indipendenza della magistratura e minare la fiducia del pubblico nella stessa”.
Per uno scatto della memoria ci viene in mente un caso del passato. A Milano, nel lontano 1869, dopo una manifestazione contro il governo erano stati arrestati esponenti repubblicani e socialisti con l’imputazione, fra l’altro, di aver recato offesa al governo stesso. Ma dopo pochi mesi quei soggetti erano stati completamente prosciolti da ogni addebito. Tutti i giudici che li avevano assolti sono stati immediatamente trasferiti dal Ministro della giustizia ad altra sede “per esigenze del servizio”. L’interferenza della politica era stata evidente. Certo, quel caso e quello di cui ci stiamo occupando adesso sono diversi. Allora, in un’epoca del tutto diversa da quella attuale, quando la nostra Costituzione era ancora molto di là da venire, certe cose erano possibili.
Oggi, in un regime che si definisce democratico, non sono pensabili. Però il germe è lo stesso. Ora come allora si deve purtroppo assistere ad un potere esecutivo che tende spesso a imporre il suo volere, ignorando la Magistratura e senza tener conto della sua funzione di garanzia. Ma questa garanzia è assolutamente fondamentale. È quella che ci assicura libertà e giustizia, cioè i beni essenziali della nostra vita. Essa riguarda tutti noi. Non vi si può rinunciare in nessun modo, nemmeno in minima parte. Vorremmo concludere, se ci è consentito, con un invito. Abbassiamo i toni. Tutti. La maggior parte dei nostri politici usa inveire con violenza contro gli avversari e gridare: nelle piazze, sui palchi dei comizi, in ogni occasione. Ma non ci sembra questo un buon modo per fare politica. Fa male a tutti.









