di Grazia Longo
La Stampa, 15 gennaio 2023
Sul ricorso di un detenuto di Spoleto deciderà la Corte costituzionale. Contrari i sindacati di polizia penitenziaria. C’è chi è favorevole, convinto che “la limitazione della libertà personale non debba limitare il diritto alla sessualità”. Ma c’è anche chi è contrario “perché l’istituto penitenziario non può diventare un postribolo di Stato e le reali emergenze da risolvere sono altre”. Due punti di vista agli antipodi sull’ipotesi di consentire ai detenuti di fare sesso con i partner dietro le sbarre.
Un tema che fa discutere da vent’anni e che oggi si ripropone con la decisione del giudice di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, di sottoporre la questione alla Corte Costituzionale. “Il guaio è che si tratta di un problema aperto - osserva il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia - perché già nel 2012 la Consulta, pur ammettendo il diritto alla sessualità dei detenuti italiani, ha rimandato la questione al legislatore. Al momento l’unica concessione sono i permessi-premio, grazie ai quali il detenuto può vivere la propria affettività fuori dal carcere. Non credo che la Corte Costituzionale possa dire la parola fine, la palla passa alla politica”. L’allestimento di aree dedicate nelle carceri in cui i detenuti possano esercitare, nel rispetto della riservatezza, il loro diritto all’affettività e alla sessualità è una realtà acclarata in altri Stati europei come Norvegia, Danimarca, Germania, Olanda, Belgio, Francia, Spagna, Croazia e Albania. Quali sono gli impedimenti nel nostro Paese? Secondo Santalucia “forse si sconta un pregiudizio culturale per cui l’affettività sessuale non rientra nei diritti, nei vantaggi di un detenuto. E poi c’è anche una questione economica per i costi che comporterebbe la creazione delle cosiddette “casette dell’amore” nelle prigioni. Peccato che invece non si consideri la vita sessuale del detenuto come un elemento importante per il suo trattamento rieducativo e la sua risocializzazione”.
Diametralmente opposta è, invece, la posizione di Donato Capece, segretario generale del Sappe, primo sindacato della polizia penitenziaria: “Siamo seri, con tutte criticità delle carceri italiane, dove si trovano i soldi per le casette dell’amore? E poi le prigioni rischierebbero di diventare postriboli di Stato e gli agenti guardoni di Stato. Si pensi piuttosto ad aumentare i permessi-premio o le misure alternative per andare incontro alle esigenze sessuali dei detenuti. Il carcere ha bisogno di una riforma, ma deve riguardare l’idoneità degli ambienti, la lotta al sovraffollamento, il bisogno dei detenuti di lavorare. In Italia ci sono 9 mila persone che stanno in carcere con pene inferiori a un anno. Perché? Sforziamoci di rispondere a domande come queste invece di preoccuparci della vita sessuale dei carcerati”.
Non la pensa ovviamente come lui il Garante per i detenuti Stefano Anastasia, che rilancia: “Il riconoscimento del diritto alla sessualità dei detenuti non solo favorirebbe la loro crescita personale, ma andrebbe a beneficio dell’intera istituzione carceraria perché migliorerebbe i rapporti con gli agenti di polizia penitenziaria e aiuterebbe il clima generale della vita in carcere. Già nel 1999, l’allora capo del Dap Alessandro Margara propose la revisione dell’ordinamento carcerario con la previsione di aree ad hoc per incontri non a vista: il Consiglio di Stato rispose che non si poteva cambiare il regolamento, ma si doveva emanare una legge. Dopo oltre vent’anni siamo ancora qua a discuterne”.
E l’avvocato penalista Nicola Madia, professore associato a Tor Vergata, ribadisce la necessità “dell’intervento del legislatore per garantire il diritto alla sessualità in carcere. Purtroppo infuriano un populismo giudiziario e una demagogia securitaria per cui i detenuti devono essere afflitti, mentre non si tiene conto che nei Paesi dove il diritto alla vita intima viene riconosciuto diminuiscono le recidive una volta liberi e all’interno delle prigioni si respira un clima di maggiore disciplina e tranquillità. Non penso tuttavia a sesso libero in carcere, ma a una concessione a chi dimostra buona condotta e nessun rischio di essere violento con il partner”.










