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di Piero Colaprico


La Repubblica, 11 giugno 2021

 

Brescia contro Milano. La magistratura italiana si sta facendo del male. Lo fa in nome del principio di legalità. E di che cosa sia o non sia "obbligatorio". Cosa c'è dietro l'apertura del fascicolo per rifiuto d'atti d'ufficio che vede indagati i giudici De Pasquale e Spadaro, nell'ambito delle indagini sulle presunte corruzioni Eni in Nigeria. L'ultima e inevitabile partita, aperta da Brescia, sta mettendo sulla graticola l'inchiesta più "alta" della procura di Milano: quelle delle presunte (molto presunte, visto che c'è stata l'assoluzione) corruzioni dell'Eni in Nigeria. Ed è l'immediata e sorprendente conseguenza di quanto già accaduto, sempre a Milano, tra il sostituto procuratore Paolo Storari e il procuratore capo Francesco Greco. Se è presto stabilire chi abbia ragione, il meccanismo che s'è innescato è inedito.

Storari ha avuto l'incarico di indagare intorno alle parole, opere e omissioni dell'avvocato Piero Amara. Ricordiamo che Amara, già frequentatore di carceri e tribunali, è stato appena riarrestato. Questa volta con l'accusa di aver manipolato le inchieste sull'Ilva di Taranto. Operazione che gli sarebbe riuscita grazie ai buoni uffici di un "amico" magistrato a Taranto, e cioè Carlo Maria Capristo.

Comunque la si metta, tra Capristo e Amara emergono rapporti che definire opachi è poco. E che rimandano ai rapporti, anche questi molto opachi, di Luca Palamara con i suoi ex colleghi magistrati e con politici e imprenditori: raccomandazioni, incarichi, favori dentro e fuori il Consiglio superiore della magistratura e negli uffici giudiziari che non la legalità hanno poco a che fare. Leonardo Sciascia parlava del "Contesto".

In un tale contesto, Paolo Storari si ritrova in questi giorni interrogato a Brescia ed è sotto accusa per violazione del segreto d'ufficio. Sostenendo che Greco gli mettesse il bastone nella ruota dell'indagine su Amara, Storari aveva consegnato i suoi verbali, ricchi di riferimenti a processi aggiustati e logge massoniche, al membro del Csm Piercamillo Davigo. È un reato? O era costretto dalle circostanze a reagire così? Per spiegare le sue azioni, Storari viene interrogato più volte. E consegna al procuratore capo di Brescia, Francesco Prete, le molte mail che ha scambiato con i suoi superiori gerarchici. Tra queste, porta a Brescia le prove (prove a suo dire) del fatto che Vincenzo Armanna, ex manager Eni, ha detto il falso ai magistrati milanesi.

E Storari - questo dice nell'interrogatorio - non si capacita di una circostanza: sia ai colleghi che hanno messo sotto accusa i vertici dell'azienda energetica, e cioè il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e il sostituto Sergio Spadaro, sia al procuratore capo Greco, non sembra importare che Armanna possa rappresentare la classica "buccia di banana". Anzi, nessuno a Milano vuol tenere conto di una ricostruzione che, smentendo l'impianto dell'accusa, salva l'Eni: ricostruzione che è nata indagando su Piero Amara, l'indagine che sarebbe stata stoppata.

Lo scontro Storari-Greco dunque si allarga. E per la magistratura bresciana diventa "obbligatorio" approfondire: quindi ordina una perquisizione e recupera le mail che si sono scambiati i magistrati Spadaro e De Pasquale. È il contenuto di queste mail che, al di là di come andrà a finire il caso, portano all'apertura del fascicolo per rifiuto d'atti d'ufficio. Rifiuto è uguale a omissione. E mentre degli atti viene avvisato "chi di competenza", torna a galla un antico dibattito: quali sono i confini del potere d'indagine? Quanto conta il singolo magistrato, soggetto soltanto alla legge, e quanto conta il potere del capo dell'ufficio per impedire o per sostenere un'inchiesta?

E Brescia che indaga su Milano questa volta non è un copione già visto, perché l'intero "contesto" è ormai diverso dal passato. C'è una magistratura che s'è indebolita da sola, grazie "ai" Palamara. E mentre si discute in pubblico dei traffici e delle carriere sponsorizzate dai politici, nei ministeri si discute, più seriamente di un tempo, su quale possa essere la riforma della giustizia: una riforma che passa per la magistratura, e che appare sempre più necessaria al Paese.