di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 18 giugno 2024
“Voi raccontate la verità. Il talento fa il 40%, il resto è testa, caparbietà, umiltà”. Il cantante è andato ad ascoltare le canzoni composte dagli adolescenti della comunità Kayros di Vimodrone, diretta da don Claudio Burgio e si è fatto raccontare le loro storie. Mahmood è appena andato via dalla comunità Kayros di Vimodrone, alle porte di Milano. Mentre il sole scende, ai ragazzi sembra di avere vissuto un sogno. Uno degli artisti più famosi d’Italia - uno che anche nel suo ultimo singolo “Ra ta ta” ha cantato il disagio giovanile e la vita di strada - è venuto ad ascoltare le loro musiche. E ha regalato una delle cose più preziose, il suo tempo.
“Voi raccontate la verità e si sente”, li incitava. C’erano quegli adolescenti aspiranti rapper che stanno attraversando percorsi difficili, di carattere penale, e hanno messo le loro storie in musica. E in mezzo a loro lui, Mahmood, 31 dischi di platino e 8 dischi d’oro in Italia, nove all’estero, due Sanremo vinti e oltre 3,5 miliardi di stream all’attivo.
“Okeychico”, autore del pezzo “Valori di papà”, racconta che ha iniziato a delinquere perché lo faceva il padre e lo ha perso troppo presto: allontanandosi dalla malavita gli sembrava di perderlo una seconda volta: “Ho cercato di guardare dentro me stesso scrivendo quelle barre”, confidava a Mahmood. Sguardi profondi. Ricordi. Sorrisi. C’è “Fandy”, che gli fa sentire “Odiami”, e Simo, con “Flash”, e ancora “Real Esse” con “Freddi dentro” e “Yambo” con “Euro”.
Il cantante ha una parola per tutti: non per forza buona, anzi. Sono consigli sinceri e schietti regalati da uno che è partito da zero e ce l’ha fatta. “Lo sapete che io pregavo la gente per fare sessioni di musica, per potere registrare?”. I ragazzi ospiti di Kayros hanno una fortuna enorme: il fondatore, don Claudio Burgio, ha la passione della musica. In comunità da lui sono cresciuti come artisti Baby Gang e Sacky, del collettivo di San Siro Seven 7oo, che ultimamente gli ha dedicato anche una hit che si chiama proprio Kayros.
Ora grazie all’aiuto del gruppo Sugar può contare su una vera e propria sala di registrazione e dalla collaborazione con Universal è nata persino una etichetta musicale. “Io ho studiato canto da quando avevo dodici anni, in una scuola di Baggio, mi facevo un’ora e mezza di tram per arrivarci - continua Mahmood -. E quando ho iniziato a scrivere, a 18 anni, per un milione di volte mi hanno respinto”. L’importante è non cedere, farsi l’armatura di difesa: “Fino a 27 anni io ho vissuto con mia mamma perché non potevo permettermi altro e quando ho vinto Sanremo ero talmente felice che neanche le sentivo, le voci di chi mi criticava”. Alle medie era cicciottello, “nessuno mi si filava, ma io volevo credere al mio sogno. Il talento vale per il 40 per cento il resto è testa, caparbietà, umiltà: bisogna accettare i ‘no’ e crescere su quelli”.
E ancora: “Ho delle persone cui dire grazie, come Paola Zukar. Per un mese e mezzo ci trovavamo al bar, ascoltavamo della musica. Mi mandava dei beat e mi chiedeva di costruirci sopra delle melodie. Poi un giorno mi ha dato appuntamento in studio e mi sono trovato davanti Fibra, che era il mio idolo. Il tempo può diventare opportunità”.
Mahmood è cresciuto al Gratosoglio, con la mamma e tantissimi cugini. Qualche ragazzo gli chiede del papà. “L’ho visto poco, è andato via di casa che ero piccolo. Nello sgabuzzino dove tenevo i giochi ho imparato presto a costruirmi mondi di difesa, paralleli, fantasiosi, per non sentire la mancanza. Lui si è risposato e ricostruito una vita. Mi ha portato due volte in Egitto, a 8 e 12 anni. Diventare adulti significa tenere cari i ricordi belli, anche se sono pochi”.
Quelle vite da cattivi ragazzi raccontate in un podcast - “Quei cattivi ragazzi” registrato proprio dove “non esistono ragazzi cattivi”, cioè alla comunità Kayros di don Claudio Burgio, anche cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano. Un titolo che racchiude sei storie raccontate nel podcast della giornalista Gabriella Simoni, inviata di guerra del Tg5, e presentato lunedì alla stessa Kayros da Mario Calabresi e sua mamma Gemma per Chora media. “Sono le storie degli ospiti di Kayros. Alcuni al Beccaria hanno subito e portano con sé traumi di una violenza istituita a norma. Questa comunità è nata proprio come risposta alternativa al carcere e ha i cancelli aperti. Qui i ragazzi hanno possibilità di scegliere, di decidere”, spiega don Claudio. Le vite raccontate nel podcast prodotto da Chora media e Tutela legale spa sono quelle di Bryan e Andrew, grandi amici che la notte di Natale del 2022 si trovano a dover decidere se evadere o meno dal Beccaria: Bryan scappa mentre Andrew resta. Ora sono entrambi in comunità come pure Lamin che dalla Costa d’Avorio attraversa l’Africa e arriva dalla Libia in barcone in Italia dove vive nel sottobosco della Stazione Centrale. Da lì viene anche Bilal, che sui giornali è finito per una serie lunghissima di rapine quando aveva 12 anni. E ancora Giulia, Daniele e Giuliana “usciti dall’inferno” e diventati educatori.









