di Riccardo Bizzarri*
ore12.net, 3 maggio 2026
C’era una volta il grande dibattito nazionale sul “Sì o No” al referendum sulla giustizia. Ore di talk show, editoriali infuocati, giuristi in cravatta e cittadini in apnea. Tutti a discutere di principi, riforme, garanzie. Poi arriva la realtà. E la realtà è la distanza tra teoria e pratica. È quel confine sottilissimo tra indagine e accanimento, tra deduzione e pregiudizio. Non serve essere colpevoli per finire nei guai. Basta essere interpretati male. E allora il consiglio, amaramente ironico ma terribilmente concreto, è uno solo: mai finire nelle spire della giustizia. Non perché sia ingiusta sempre. Ma perché, quando ci finisci dentro, non basta avere ragione. Devi dimostrarla. Per anni.
Prendiamo il caso di Sassari. Un uomo di 68 anni, ex allevatore, accusato per oltre tredici anni di aver finto la cecità per incassare una pensione di invalidità. Pedinamenti, testimonianze, ricostruzioni, perfino un archivio domestico di dvd pornografici elevato a prova regina. Sì, avete letto bene: la Procura ha ritenuto che il possesso di film porno fosse incompatibile con la cecità. E qui già il processo prende una piega quasi filosofica: l’esistenza precede la visione? Si può possedere senza guardare? È più cieco chi non vede o chi presume di vedere tutto? Il colpo di scena arriva in aula. La difesa smonta tutto con una semplicità disarmante: “Chi dice che quei dvd venissero guardati?”. Sipario.
Non solo: salutare qualcuno, muoversi per casa, infilare una chiave nella serratura… non sono prove di vista, ma di adattamento. Di memoria. Di vita vissuta. Tradotto: il problema non era l’imputato. Era lo sguardo di chi lo osservava. E così, dopo anni di indagini, sospetti e accuse per quasi 190mila euro, arriva la formula più temuta da ogni impianto accusatorio: “il fatto non sussiste”. Fine della storia. O forse no. Perché la vera domanda non è se quell’uomo fosse cieco o meno. La vera domanda è: quanto costa, in termini umani, finire dentro un meccanismo del genere? Anni di processo. Anni con addosso un’etichetta. Anni a difendersi da ciò che “sembra” invece di ciò che è.
Il punto è questo: nel nostro sistema, a volte, non sei colpevole perché hai fatto qualcosa. Sei colpevole perché qualcuno riesce a raccontarlo bene. O peggio, perché sembra plausibile. E allora via con le “suggestioni comportamentali”: cammina da solo ergo vede. Ha dei dvd ergo li guarda. Saluta qualcuno ergo lo riconosce. È la giustizia del “secondo me”. Elevata a procedimento. Poi per fortuna arriva un giudice che riporta tutto sulla Terra. E ricorda un principio banale, quasi dimenticato: le prove devono dimostrare, non suggerire. Ma intanto il tritacarne ha girato.
E qui torniamo al referendum, ai dibattiti, alle riforme. Perché il problema non è solo la legge scritta. È l’uso che se ne fa. È la distanza tra teoria e pratica. È quel confine sottilissimo tra indagine e accanimento, tra deduzione e pregiudizio. La verità? In Italia non serve essere colpevoli per finire nei guai. Basta essere interpretati male. E allora il consiglio, amaramente ironico ma terribilmente concreto, è uno solo: mai finire nelle spire della giustizia. Non perché sia ingiusta sempre. Ma perché, quando ci finisci dentro, non basta avere ragione. Devi dimostrarla. Per anni. Magari contro un dvd.
*Giornalista











