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di Massimo Massenzio

Corriere di Torino, 9 gennaio 2023

Giampaolo Manca: cosa potrei dire a una madre che ha perso il figlio a causa mia? Sono pentito, ma non potrò mai riparare al danno che ho fatto e i miei fantasmi continueranno a perseguitarmi fino alla morte.

Dal furto del tender di Aristotele Onassis al colpo nel caveau dell’hotel Excelsior di Venezia, passando per droga, usura e omicidi. Giampaolo Manca, detto il Doge, è stato un esponente di spicco della Mala del Brenta capeggiata dal boss Felice Maniero. Il suo soprannome se l’è guadagnato a 17 anni con un furto sensazione nella basilica di San Pietro e Paolo che segnò l’inizio della sua ascesa criminale terminata con le rivelazioni fatte proprio da Maniero che portarono al suo arresto. Oggi il Doge ha 68 anni e, dopo averne passati quasi 37 in carcere, ha deciso di intraprendere un cammino di riscatto. Ha raccontato la sua vita in diversi libri e ha donato in beneficenza i proventi delle vendite, con la collaborazione dell’associazione Alphabeta, per finanziare la costruzione di una casa-famiglia per bambini autistici. 

Da tempo incontra gli studenti nelle scuole per parlare della sua esperienza di “redenzione” e il 10 gennaio, assieme all’avvocato Caterina Biafora, al presidente e al consigliere della circoscrizione 2 Luca Rolandi e Davide Schirru, parteciperà a un dibattito nell’aula magna dell’Iis Primo Levi.

Nei mesi scorsi a Mirafiori, a poca distanza da quell’istituto, ci sono state due sparatorie che hanno riacceso vecchi timori negli abitanti del quartiere. Cosa dirà agli studenti? 

“Che per emergere nella vita la strada della criminalità è sicuramente la peggiore. Porta a danni irreparabili e quando ci si rende conto di aver oltrepassato il limite è ormai troppo tardi. Incontrare gli studenti è la mia ragione di vita, la linfa che mi spinge a cercare il riscatto. Le ferite che mi porto dentro per il male che ho fatto non si rimarginano, ma l’abbraccio di un ragazzo alla fine di una conferenza mi aiuta a sentire meno dolore. Voglio essere l’esempio che non devono seguire”. 

In questi giorni sta collaborando alla realizzazione di un film sulla vita. Non c’è il rischio che le serie televisive sulle “gesta” dei grandi criminali ispirino una voglia di emulazione da parte dei più giovani? 

“Sono certo che questo film, che avrà la sceneggiatura di Carmelo Pennisi e Max Durante, avrà un messaggio diverso. Nella mia prima vita ho accumulato soldi, appartamenti, decine di Rolex e Cartier, ma cosa mi hanno portato? Facevo milioni a palate e mi sono rimasti solo rimorsi. Anche io sono cresciuto vedendo Scarface e immagino che in tanti guardando le fiction sul tema si illudano che sia tutto facile e indolore. Ma non è così”. 

Le è piaciuto il personaggio del Doge nella miniserie “Faccia d’Angelo” con Elio Germano? 

“Diego Pagotto, il bravissimo attore che ha interpretato il mio personaggio, è un amico, ma la sceneggiatura non andava molto in profondità. Io ho passato metà della mia vita in cella e oggi prendo 503 euro di pensione e vivo in una casa popolare. Non ho nostalgia del lusso, il mio rimpianto è aver trascorso troppo tempo lontano dalla mia compagna e da mio figlio. E, pur provenendo da una famiglia più che benestante, di non aver studiato. E su questo che voglio che i giovani riflettano”. 

A Torino ci sono state aggressioni alla polizia penitenziaria e rivolte nella casa circondariale e nel carcere minorile. Come può essere ripensato il sistema carcerario?

“Dietro le sbarre ho conosciuto personaggi “famosi” e visto brutture di ogni tipo e già si parlava di questo tema. Se continuiamo a farlo anche nel 2023 forse manca la reale intenzione di cambiare qualcosa. La prigione deve offrire un percorso di rieducazione. In alcuni istituti questo succede, ma in molti altri ci si limita ad aprire e chiudere la cella due volte al giorno”.

In questi giorni si parla molto del caso di Alfredo Cospito. Cosa ne pensa? 

“Il 41 bis l’ho vissuto sulla mia pelle per 12 anni. Dopo le “stragi” risultati ne ha dati, ma ormai non è più attuale. Il carcere duro non ti piega, ti imbruttisce e basta. Alla fine è una vendetta, mentre recuperare un delinquente è un vantaggio a livello sociale ed economico”. 

Lei però in prigione ha iniziato la sua redenzione. Non è così? 

“É vero, anche se redenzione è una parola troppo grossa, ma il carcere non c’entra nulla. Io ho ritrovato la fede quando ho saputo che mio padre stava morendo a causa di un tumore. Ho scoperto Dio ed è iniziata la mia terza vita. Sono stato fortunato, ho accanto una compagna fantastica, un figlio e un nipotino. È ho sempre paura di scoprire che è stato solo un sogno”. 

Tornare in Piemonte che effetto le fa? 

“Sono stato molti anni in carcere a Biella, mentre alle Nuove solo di passaggio. Ma Torino mi fa pensare anche alla terribile rapina al treno Venezia-Milano che costò la vita a una studentessa di 22 anni. Io avevo dato un’indicazione diversa, un convoglio che sarebbe dovuto passare da Torino. Fu una tragedia enorme”. 

Ha incontrato i familiari delle persone morte per colpa sua? 

“No, ma cosa potrei dire a una madre che ha perso il figlio a causa mia? Sono pentito, ma non potrò mai riparare al danno che ho fatto e i miei fantasmi continueranno a perseguitarmi fino alla morte. Poi subirò l’ultimo processo e, magari, riuscirò a guadagnarmi un posto in purgatorio