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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 19 aprile 2025

In Italia continuano a moltiplicarsi i casi di detenuti gravemente malati a cui lo Stato nega cure adeguate, in spregio all’articolo 32 della Costituzione. Tra questi emerge la storia di Albano Bruno Bellinato, condannato per ricettazione, che rischia di non farcela nonostante le perizie mediche depositate agli atti. Dopo sei mesi di ricovero in ospedale (dal 29 ottobre 2024 al 10 aprile 2025), durante i quali ha lottato tra ipertensione, fibrodisplasia ossificante progressiva, difficoltà respiratorie e apnee notturne, Bellinato è stato trasferito in un centro clinico penitenziario. Un segnale chiaro dell’incompatibilità con il regime carcerario, dicono i medici.

Eppure, il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha respinto la richiesta di differimento pena e detenzione domiciliare, ritenendo che le sue condizioni non giustifichino misure alternative. Nel fascicolo, presentato dall’avvocata Guendalina Chiesi con il supporto dell’associazione Quei Bravi Ragazzi Family Onlus, campeggiano consulenze medico-legali e relazioni sanitarie ufficiali che attestano il rischio di vita. Nonostante ciò, i giudici hanno motivato il rifiuto senza affrontare punto per punto le evidenze: un sovraccarico di rigore formale che trascura la tutela della dignità umana. L’assenza di pericolosità sociale di Bellinato - reato non ostativo e residuo di pena inferiore a un anno - avrebbe dovuto rendere ovvia ogni misura alternativa. Il rigetto ha avuto ripercussioni anche sulla famiglia: la compagna, Alexia Pecella, ha perso i sensi per lo choc dopo aver appreso la decisione. Intanto il ricorso in Cassazione è già al vaglio, con la speranza di ribaltare un verdetto che rischia di trasformarsi in una condanna a morte indiretta. “Chiediamo che l’Italia applichi coerentemente le sentenze della Corte Europea e rispetti la Costituzione”, afferma l’associazione, che da tempo denuncia simili vicende.

Il caso di Bellinato non è isolato. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel giudizio Morabito c. Italia (U Tiradrittu), ha condannato l’Italia per mancata assistenza medica e per aver ignorato l’impossibilità di mantenere il detenuto in carcere duro senza violare l’articolo 3 della Convenzione europea, che vieta trattamenti inumani o degradanti. In Italia, intanto, le stesse Sezioni Unite della Cassazione (sentenze n. 13438/ 2021 e n. 12191/ 2023) ribadiscono che il giudice di sorveglianza non può ignorare relazioni cliniche dettagliate e deve motivare adeguatamente ogni rigetto, privilegiando il diritto alla salute.

Dietro ogni numero c’è una persona: un diritto alla vita sancito dalla Costituzione, ma calpestato da un’applicazione della legge più attenta al rigore punitivo che alla tutela della salute. Le morti per malasanità in carcere - denunciate più volte anche da Quei Bravi Ragazzi Family - raccontano di un sistema che fallisce nel bilanciare esigenze di sicurezza e garanzie fondamentali. Così, ciò che dovrebbe essere una pena diventa spesso una condanna senza appello. L’associazione chiede un cambio di passo. Il Parlamento e i tribunali devono tradurre in fatti le indicazioni della Corte Europea e i principi costituzionali: consentire il differimento della pena o la detenzione domiciliare quando emergono gravi patologie, anche in assenza di diagnosi terminali. Solo così la giustizia potrà restituire dignità a chi - pur detenuto - resta prima di tutto un essere umano.