di Domenico Quirico
La Stampa, 17 dicembre 2021
I soldati francesi abbandonano la mitica città del Mali otto anni dopo l'arrivo trionfale e la cacciata degli jihadisti. Per Macron una sconfitta come l'Afghanistan per Biden. Quando i francesi riconquistarono Timbuctù togliendola al Califfato del deserto, il 28 gennaio del 2013, per arrivare in città bisognava attraversare il Niger con una piroga. I jihadisti avevano distrutto il traghetto prima di ritirarsi da questo fiume bizzarro, frontiera interna dalle onde veloci e distratte. Un ragazzo affondava lunghe bracciate con l'unico remo, a strappi, come una gondola. La appassita meraviglia delle sabbie, la città santa polverizzata dai secoli era buia senza luce. Ovunque rovine, e un popolo affamato e dolente, che poteva raccontare le infinite ferite di antichissime miserie, corruzioni e furfanterie. Sulle pareti di un distributore una scritta lasciata dai fuggiaschi: "La jihad è la strada di dio" ma le parole erano zeppe di errori.
Una immensa bomba francese aveva polverizzato il palazzo di Gheddafi dove risiedevano i capi di Aqmi. Il saccheggio del poco che si era salvato impediva di leggerne il fasto. Il piccone dei fanatici invece aveva raso al suolo il mausoleo di Sidi Mahmoud, uno dei trecento santi della città dove da secoli, ogni venerdì, si portavano doni per guarire dal malocchio. I soldati francesi avanzavano cauti in quel disastro agghindato di sole, in un silenzio minerale, trascinandosi dietro anche le loro tarlate memorie imperiali. Vicino al cimitero dove le dune si gonfiavano e si urtavano si scoprirono i corpi appena coperti dalla sabbia delle vittime delle vendette, la minutaglia delle catastrofi. Gli assassini qui non hanno pudore si sentono invulnerabili, non fanno la fatica di nascondere.
Strana guerra fu quella della operazione "Serval", dove i protagonisti si chiamavano il Guercio, il Macellaio, il Contrabbandiere. Con i jihadisti c'era anche Abu Jial, il Francese. Un vecchio cooperante passato alla guerra santa che a Timbuctù, dove viveva con la moglie marocchina incinta, faceva funzionare la centrale elettrica. La città che attendeva i liberatori dell'Armée era svuotata. I tuareg erano fuggiti nel deserto temendo le vendette feroci dell'esercito maliano formato da neri del Sud che arrancava al seguito delle truppe di Hollande. Fu il grande unico fragile successo del Timidone, presidente tentenna di un Empire abbarbicato al suo passato come edera alla muraglia.
Dopo otto anni i soldati francesi se ne sono andati: un malinconico ammaina bandiera, le chiavi del forte consegnate ai maliani e a un pugno di soldati della sgangherata missione Onu. Kidal e Tessalit sono state abbandonate già da alcuni mesi.
Ci si arrocca per ora a Gao in attesa che "la trasformazione profonda" dell'impegno militare annunciata da Macron si delinei. Trucci linguistici dei massaggiatori di cervelli: il punto pericoloso in cui la bugia diventa verità, e gli artefici di quella strategia ne sono intrappolati. Questa, per dirla chiara, è un'altra sconfitta, una Kabul nel Sahel: perché la guerra ai gruppi jihadisti condotta dalla Francia e dai suoi lacchè africani è fallita e l'eterno sistema coloniale francese vacilla. I taleban del deserto esultano.
Da mesi si moltiplicano dalla società civile dei Paesi dell'area, dai partiti politici, le richieste di abbandonare la inutile e sanguinosa strategia militare contro il terrorismo, indigesta ormai anche ai più rozzi palati, e avviare una trattativa, esplicita, ufficiale, con i movimenti jihadisti per un accordo che dia respiro alle popolazioni prese nelle grinfie della miseria e della violenza. Genti che hanno vissuto sulla propria carne le severe lezioni della Storia.
È il modello afgano che si è allargato fino alla sua prima scansione: il ritiro della presenza militare straniera sentita come coloniale e inutile. A seguire verranno la accettazione del ruolo dei gruppi radicali islamici nella società. Si accetta la realtà: la vittoria contro i jihadisti è impossibile anche per eserciti armati in modo sofisticato e con il controllo assoluto dell'aria.
Ma a sostituire la Francia si affacciano nuovi soggetti: il governo del Mali uscito da uno degli innumerevoli golpe sta trattando con i mercenari russi della Wagner, braccio armato di Putin che fa contratti ovunque in Africa, per "assicurare la sicurezza". Gli Stati Uniti sono già in allarme. Riprende nel Sahelistan l'antico grande gioco.
Quale le cause della sconfitta? La Franceafrique come l'Afghanistan americano è un desolante panorama di giunte golpiste, presidenti le cui elezioni sono contestate come frutto di brogli mostruosi, dove la elementare alternanza democratica si è trasformata in autoritarismi corrotti. Gli eserciti alleati come quello maliano sono una feccia vandalica responsabile di massacri tra le popolazioni che dovrebbero difendere. I gruppi di autodifesa a base tribale, sorti per disperazione, saldano i conti non con gli jihadisti, troppo pericolosi da ammansire, ma con le altre etnie per secolari odi tribali o religiosi. Questi son luoghi dove la violenza non prevede purtroppo tempi morti da un decennio, e implica la propria escalation.
Il bilancio di dieci anni di guerra francese al terrorismo come quello americano è disastroso. Da un lato la mobilitazione massiccia di forze militari, con costi enormi: due miliardi di euro per un anno di guerra, che ha fruttato il controllo di poco più delle capitali. Dall'altro duemila cinquecento morti in Mali Burkina Faso e Niger nel solo 2020, due milioni di profughi, i gruppi jihadisti che controllano vaste aree, moltiplicano con accorta strategia le lotte tra le comunità, avanzano in direzione del golfo di Guinea, massacri che si moltiplicano e restano impuniti, in cui i civili sono uccisi più dai militari che dai jihadisti; e tragici effetti collaterali come la morte di 19 civili innocenti a Bounti in Mali per un errore dell'aviazione francese, che aumentano rabbia e umori anti occidentali.









