di Pietro Del Re
La Repubblica, 29 agosto 2020
Il religioso che ha guidato la rivolta popolare si schiera contro i colonnelli responsabili del golpe: "La transizione non deve durare più di sei mesi, poi serve un presidente scelto tra i civili". "Ai colonnelli che stanno scippando la vittoria al popolo del Mali dico che siamo pronti a tornare nelle piazze", avverte l'imam Mahmoud Dicko, 66 anni, autorità morale del vasto movimento di protesta che negli ultimi mesi ha organizzato numerose manifestazioni di massa contro Ibrahim Boubakar Keita, il presidente arrestato la settimana scorsa dai militari golpisti.
Predicatore carismatico, a capo dal 2008 al 2019 dell'influente Alto consiglio islamico, Dicko è stato spesso definito un faiseur de roi, un facitore di re, per via del suo forte ascendente sulla politica del Paese, mentre per i suoi reiterati appelli contro le élite c'è chi preferisce chiamarlo "l'imam populista del Sahel". "Solo Dio ha il potere di fare un re, quanto al mio populismo si confonde con la rabbia che nutro per l'ormai ex regime, che era corrotto e incapace a governare", spiega Dicko, il cui rigore religioso ispirato al wahabismo saudita gli ha conferito credito anche presso i jihadisti che occupano il 70 per cento del Paese, rendendolo un interlocutore privilegiato tra loro e le autorità di Bamako. Dopo aver atteso per ore il nostro turno dietro una lunga fila di questuanti, tra i quali politici, uomini d'affari ma anche poveri fedeli venuti a chiedergli aiuto, l'imam ci riceve finalmente nel suo salotto, quasi interamente occupato da divani solenni e dove un grosso condizionatore spara aria gelata.
Crede che il movimento contestatario riuscirà a esercitare un controllo democratico sulla giunta putschista?
"Certo, il popolo ne ha i mezzi perché mai come adesso è consapevole della sua forza. Sa bene che adesso spetta a lui decidere chi deve comandare. Non certo ai colonnelli, che si comportano come se fossero i soli ad aver rovesciato Ibrahim Boubakar Keita, riunendosi con gli inviati dei Paesi dell'Africa occidentale e ricevendo l'ambasciatore francese e il capo dell'operazione militare "Barkhane" senza mai coinvolgere l'opposizione".
Lei scarta l'ipotesi di una lunga transizione, guidata da un leader militare?
"È una proposta inaccettabile. Come ho spiegato l'altra sera ai colonnelli la transizione non deve durare più di sei mesi, e a traghettarci verso il futuro dovrà essere un presidente scelto tra i civili".
Che cosa ha pensato due giorni fa, quando i colonnelli hanno rimesso in libertà il presidente?
"Sono stato io a farlo eleggere nel 2013, per poi accorgermi quanto fosse incapace a governare. Lo considero un fratello, ma non posso dimenticare i dimostranti che ha fatto uccidere a luglio. Quando gliel'ho rinfacciato, mi ha risposto che non avrei dovuto incitare i giovani a scendere in strada, sebbene manifestare sia un diritto costituzionale. Prima di liberarlo avrei preferito che su quei fatti ci fosse stata almeno un'inchiesta".
Con il suo intervento militare del 2013 la Francia impedì la conquista jihadista del Mali, dove ancora oggi dispiega cinquemila soldati. Eppure i maliani sembrano sempre più ostili alla sua presenza. Perché?
"Perché la classe politica non ha fatto altro che addossare tutte le colpe della propria inettitudine sulla Francia, come se fosse la responsabile della corruzione o delle appropriazioni indebite di fondi pubblici che c'impoveriscono. Io sono davvero convinto che la rinascita del Mali si potrà fare solo con la Francia. Da secoli, i destini dei due Paesi sono legati e lo rimarranno ancora a lungo".
Com'è percepita l'operazione "Barkhane"?
"La presenza militare straniera in Mali non è mai stata discussa in Parlamento e la maggior parte dei maliani non ne sa nulla. I francesi sono tutti nella base di Gao, nel deserto, a quasi duemila chilometri da Bamako. Nessuno sa quante persone ammazzano né come le ammazzano".
Lo scorso febbraio, con la crescita esponenziale di morti nel Sahel, il presidente Keita aveva deciso di aprire un dialogo con gli emiri di Al Qaeda. Che ne sarà di quell'iniziativa?
"Ma erano soltanto parole al vento, a cui nessuno ha dato seguito. Credo che con i jihadisti maliani si possa e si debba negoziare, perché nessun Paese può sopravvivere a una guerra così lunga e così cruenta. Molti di loro li conosciamo, e alcuni hanno in passato perfino rivestito ruoli istituzionali. Gli altri, i terroristi stranieri, vanno invece combattuti. Con chi vuole imporre la religione con il kalashnikov, nessun dialogo è possibile. È gente che non serve né all'Islam né al nostro Paese".
Ma da wahabita non preferirebbe che fosse applicata la sharia e che il Mali diventasse una repubblica islamica come la vicina Mauritania?
"Sono un musulmano ma sono anche un uomo realista. Applicare la sharia nel Mali del XXI secolo, con una capitale moderna come Bamako, non avrebbe alcun senso. E poi, il 98% della nostra popolazione è musulmana. Di fatto, siamo già una repubblica islamica".
Che cosa accadrà adesso?
"La nazione si sta disintegrando per via della crisi attuale, la più grave della nostra storia recente. Con il bastone del pellegrino attraverserò il mio Paese, che è grande due volte come la Francia, per risvegliare le coscienze e per far capire che dobbiamo fermare le faide tribali e i conflitti intercomunitari. Una volta uniti riusciremo a sconfiggere il nemico jihadista, perché noi siamo venti milioni e loro poche migliaia.
Ma a contrastarlo non devono essere solo l'esercito del Mali e le potenze straniere, altrimenti, con il pretesto della guerra, i governanti continueranno a stornare miliardi. Con il rischio di rendere eterno questo conflitto".
E il golpe?
"La transizione non deve durare più di sei mesi, poi serve un presidente scelto tra i civili".










