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di Vincenzo Nigro


La Repubblica, 20 agosto 2020

 

L'invio di un contingente di 200 uomini per sostenere Parigi nella lotta ai jihadisti rischia di saltare. Il colpo di Stato in Mali era in preparazione da troppo tempo. Era visibile a occhio nudo, da lontano perché oggi non possa essere considerato uno smacco clamoroso per la diplomazia francese. Da mesi agenti segreti e agitatori turchi e russi erano in Mali, attivissimi nel sobillare contro il governo del presidente. Nel mobilitare innanzitutto i militari e le famiglie dei soldati morti nella lunga guerra contro i jihadisti che infestano quel Paese.

Un insuccesso della Francia per il quale nessuno in Europa può gioire: l'Italia per prima. Perché i problemi che il Mali riversa sui Paesi del Sahel e su quelli della fascia immediatamente a Nord (Algeria e Libia) sono problemi che arriveranno sulle coste italiane. E quindi di tutta l'Europa. Dal 2014 la Francia combatte in Mali e nel Sahel una guerra contro i jihadisti di vari gruppi armati. Per offrire un aiuto a Parigi in questa battaglia solitaria, in luglio il governo Conte, nella disattenzione e nel disinteresse del Parlamento, aveva approvato la partecipazione di un contingente militare alla missione "Takuba". È una missione europea parallela, a guida francese che affianca la missione "Barkhane", creata nel 2014 per agire in Mali, Burkina Faso e Niger. Parigi con il sostegno degli eserciti di questi tre Stati assieme a quelli di Mauritania e Ciad, sta provando a contrastare il terrorismo jihadista, gli autonomisti tuareg armati e le potentissime bande criminali con cui i primi si alleano.

I Paesi di questo "G5" sono tutte ex colonie francesi, da anni invischiate in quel rapporto, quell'intreccio di politica ed economia che è la Françafrique da anni criticata, innanzitutto da alleati di peso della Francia come la Germania. Anche per questo l'Italia aveva sempre risposto di "no". Negli anni più volte i governi francesi avevano chiesto all'Italia un aiuto militare nel Sahel: avvenne con Hollande che chiese soldati a Renzi dopo gli attentati del Bataclan. Una delle ultime era stata la ministra delle forze armate Florence Parly, che nel 2017, nel suo primo incontro con Roberta Pinotti, le aveva detto: "Noi vi vogliamo con noi a combattere i jihadisti: ma sia chiaro, se venite lì si va a sparare, a combattere!". L'essere stati messi di fronte ai rischi di una guerra vera e maledetta, aveva sempre convinto i governi italiani a rinunciare all'impegno. Salvo quello che è successo tra fine 2019 e inizio 2020, quando il governo Conte si è convinto che un appoggio alla Francia in Mali sarebbe stato utile anche per aiutare a stabilizzare la situazione in Libia. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, dopo il suo ultimo incontro con la ministra francese, ha dato direttive al suo Stato maggiore: gli italiani dovrebbero inviare un contingente di 200 uomini nella missione "Takuba", con alcuni elicotteri da combattimento e per evacuazioni mediche. Assieme a contingenti di truppe speciali.

Tutto questo era vero fino all'altro ieri, fino a quando il presidente Keita e il suo governo corrotto e traballante rimanevano comunque il riferimento nei contatti con il resto del mondo. Cosa diranno adesso ai francesi di "Barkhane", agli europei di "Takuba" i nuovi capi militari che si sono presi il potere a Bamako? Sui media francesi circolano i primi segnali inevitabili: i militari francesi sono pronti a ritirarsi, ad abbandonare il Mali portandosi dietro tutti i loro civili. La partita è aperta. Sarà lunga e complicata.