di Carla Forcolin*
Avvenire, 16 aprile 2023
Nel 2011 venne deciso con la legge n. 62 che “mai più si sarebbero rinchiusi i bambini in carcere”. I figli delle detenute, che stavano con le madri nei cosiddetti “nidi” delle nostre prigioni femminili fino a tre anni, in locali spesso inadeguati e angusti, avrebbero abitato i nuovi Icam (Istituti a custodia attenuata per madri), dove invece la loro vita sarebbe stata, secondo le fantasie di allora, quasi uguale a quella degli altri bambini.
Per questo, si poteva evitare di staccarli dalle madri tanto presto e si decise allora, nel plauso generale, che sarebbero stati in Icam, con la mamma, fino a sei anni. Non tutti, però. La custodia attenuata sarebbe stata decisa dal giudice di Sorveglianza e per le madri che non venivano ritenute idonee alla stessa rimanevano le carceri normali.
A Milano c’era l’Icam costruito dalle persone che avevano pensato a questi nuovi istituti e che era agli inizi più simile ad una casa-famiglia che ad un carcere, a Roma venne dedicata a madri detenute e figli una vera casa-famiglia, la casa di Leda. Il secondo Icam ad essere aperto fu quello di Venezia, poi ci furono Torino e Lauro. A Milano si aprì la casa-famiglia “Ciao”.
Un Icam, mai abitato, fu costruito anche in provincia di Cagliari. Al posto dei bambini piccoli cominciarono ad arrivare bambini grandicelli, in quella fascia d’età in cui già gli amichetti sono importanti e non c’è solo la mamma nella vita. Passato l’entusiasmo del primo momento, quei bambini uscivano dalle loro “fresche prigioni” solo se i volontari andavano a prenderli. A Milano anzi ci pensavano educatori del Comune a portarli a scuola, ma non mi risulta che tale ottima prassi sia stata seguita nelle altre città.
A Venezia ci pensò l’associazione “La gabbianella”, con il Comune che per sette anni pagò gli accompagnatori, dalla stessa reperiti e formati, poi per altri nove anni senza alcun finanziamento, perché il Comune era in difficoltà economiche. Il volontariato divenne ovunque il mezzo principale per far uscire questi bambini dalle mura in cui crescevano.
Ma, come è ben noto, il volontariato è fragile e non sempre e non dovunque riesce ad assicurare nel tempo servizi adeguati. Così capitò che i bambini venissero portati fuori in modo irregolare. E quindi? I bambini finirono per rimanere in prigione (nei nuovi Icam) fino a sei anni invece che fino a tre (nei nidi). Nella perfetta buona fede di chi credeva nel potere rieducativo degli Icam e delle case- famiglia e non voleva separarli in tenera età dalla madre.
A poco a poco si accorsero tutti che gli Icam erano solo carceri più dignitose, ma terribili e deleterie per lo sviluppo dei bimbi e si cominciò a dire che i bambini dovevano andare nelle case famiglia, dove i figli avrebbero potuto stare con le madri fino a 10 anni ... l’associazione “Gabbianella” rimase sola nel dire che per i bambini era meglio uscire dal carcere, comunque camuffato, al massimo a tre anni o andare in carcere dalla mamma solo a dormire e rimanere fuori tutto il giorno con affidatari diurni, che ovviamente concordassero con le madri le modalità di vita esterne dei bambini.
Questa proposta non fu mai considerata, visto che l’affidamento, nell’immaginario di chi non lo conosce, viene associato all’adozione, alla perdita dei figli. In questo immaginario nemmeno la precisazione “diurno” scalfisce il preconcetto dei bambini ingiustamente tolti alle loro madri. Con la proposta di legge “Mai più bambini in carcere” (13 dicembre 2022) prima firmataria Debora Serracchiani, sembrava però che l’accordo fosse stato trovato, che si potessero inserire madri e figli in case- famiglia protette, dove almeno la scuola per i piccoli venisse assicurata e con la scuola altre possibilità di educazione per i bambini e rieducazione per le madri.
La proposta intendeva “ridurre ulteriormente la possibilità che bambini piccoli si trovino a vivere la realtà carceraria al seguito di madri recluse”. A tal fine, come si legge nel testo del disegno di legge, introduceva “alcune modifiche alla disciplina delle misure cautelari, volte ad escludere l’applicazione della custodia cautelare in carcere per le madri con figli di età inferiore ai 6 anni prevedendo al contempo che, in presenza di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, il giudice possa disporre la custodia cautelare solo negli istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam)”.
Ci avvicinavamo forse all’esempio della Germania, l’unico Paese europeo, con l’Italia, a lasciare i bambini con le madri fino a sei anni. La Germania però sembra provvede re davvero a formare madri e figli, con 13 case-famiglia, quasi una per Land, con una sezione chiusa e una aperta o semiaperta, dove ogni bambino ha il suo educatore e il suo programma individualizzato. Qui egli, dopo la scuola, può giocare liberamente o svolgere altre attività ricreative, mentre le madri fanno corsi di formazione professionale, economia domestica e simili.
Ma ecco che nei mesi scorsi insorgono i partiti di governo, con FdI, che vuole evitare la strumentalizzazione - spesso reale - dei bambini da parte di alcune madri. Alcune/ i deputate/i propongono degli emendamenti alla proposta Serracchiani, tali per cui la maggior parte di queste coppie madri/bimbi non potrà accedere alle case-famiglia, in quanto le stesse non potranno aprirsi che alle madri non recidive, cioè una piccola frazione del totale.
La proposta Serracchiani, frutto di molto lavoro e di molti accordi, anche nella precedente legislatura, viene di fatto svuotata, per non facilitare la vita alle “borseggiatrici e ladre” rom, sinti e camminanti. Così chi l’ha avanzata la ritira. Ma le bimbe e i bimbi reclusi non sono recidivi, sono solo della stessa etnia delle madri!
Diventeranno purtroppo ladri tra una decina d’anni se nessuno li educherà ad una vita diversa da quella dei genitori, se cresceranno pieni di rabbia per la libertà loro negata e per il dolore che albergherà in loro nell’essere privati del padre e dei fratelli, dei giochi all’aria aperta e di tutte le cose belle che fanno parte dell’infanzia. Se cresceranno avendo assorbito e condiviso la pena della mamma. Se non avranno avuto altro esempio che quello di lei.
Faccio un appello ai partiti di governo: rinchiudete pure le madri recidive negli Icam, se vi pare che sia più prudente - purché non vi stiano di fatto in isolamento con i loro bambini, com’è più volte successo - ma attuate il dettato costituzionale sulla rieducazione delle donne, che devono acquisire un minimo di cultura generale e imparare a fare un lavoro. Sono circa una ventina e si tratta spesso di ragazze giovani: si può fare, se si affidano a bravi operatori.
Seguitele quando usciranno, finché non avranno trovato casa e lavoro per sé e i figli: spesso non hanno un marito/compagno. E soprattutto fate in modo che siano educati i bambini, affidandoli, solo di giorno, a persone che vogliano loro bene e si prendano cura della loro mente-cuore.
Non lasciateli dentro fino a sei anni, senza attuare per loro progetti educativi individualizzati. Conviene anche a noi: è l’unico modo per prevenire davvero il riperpetuarsi della delinquenza di generazione in generazione. *Fondatrice dell’APS “La gabbianella e altri animali”.
*Autrice di “Uscire dal carcere a sei anni”; “Mamme dentro”; (Franco Angeli); “Mamma non mamma”; (Marsilio)










