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di Valentina Stella

Il Dubbio, 23 luglio 2026

La morte di Abderrahim Fakir a Bologna, dopo essere stato bloccato a terra dalla polizia, e la carcerazione del gioielliere Mario Roggero stanno infiammando il dibattito politico di questi giorni. Ne parliamo con Luigi Manconi, già docente di sociologia dei fenomeni politici e Presidente della Commissione dei diritti umani del Senato, è stato parlamentare per tre legislature e Sottosegretario di Stato alla Giustizia. È’ editorialista di Repubblica.

Iniziamo con il caso Fakir. È possibile assimilare il caso degli agenti intervenuti per lui a Bologna al modello ICE?

Più che al modello ICE penso al “Codice Floyd”: la manovra che ha portato alla morte di Fakir sembra perfettamente identica, passaggio dopo passaggio, a quella che ha ucciso l’afroamericano George Floyd a Minneapolis il 25 maggio 2020. Il fermato viene costretto prono faccia a terra, pressato sulle spalle e sul dorso dal peso di uno o due agenti. Le braccia dietro la schiena, i polsi ammanettati, la stretta di un braccio o di un gomito sul collo. Nel caso di Fakir gli era stato spruzzato sul volto lo spray urticante. Ed è la stessa manovra che ha portato al decesso di Riccardo Rasman, Federico Aldrovandi, Andrea Soldi, Riccardo Magherini, Igor Squeo e chissà quanti altri. Si tratta di una tecnica che sia l’Arma dei Carabinieri, nel 2014, sia una recentissima disposizione del ministero dell’Interno raccomandano di evitare perché potrebbe portare all’asfissia posturale e, dunque, alla morte. Esattamente quanto è accaduto tre giorni fa nel quartiere Pilastro di Bologna.

C’è in generale un problema di cultura e preparazione da parte degli agenti rispetto a casi come questo?

C’è un enorme problema di formazione degli agenti, sia dal punto di vista tecnico e della capacità di gestione delle situazioni di emergenza, sia dal punto di vista dell’educazione civile: quello che viene fermato, tanto più se in stato di alterazione, non è un nemico, bensì un cittadino che va soccorso e che conserva diritti e garanzie, e la cui incolumità deve essere considerata sacra. È su questo principio che si fonda la legittimità giuridica e morale di uno Stato democratico e dei suoi apparati.

In un servizio di ieri della collega Musco, diversi sindacalisti della polizia dicono di sentirsi usati dalla propaganda, che fare indagini sommarie è un torto a chi è morto e a coloro che sono intervenuti, che la polizia va riformata. Sono più consapevoli loro della politica?

Certamente sì. La politica, pressoché tutta, non è stata mai capace di portare a un livello dignitoso gli stipendi degli agenti e di formarne la coscienza democratica, ma si è adoperata solo ed esclusivamente per garantire loro una sorta di speciale statuto. E, dunque, l’impunità, anche in presenza di reati gravi e gravissimi. Diventa inevitabile così che gran parte del sindacalismo tra i poliziotti sia di natura corporativa.

Ieri, in una intervista al Giornale, la premier Giorgia Meloni ha detto sul caso Roggero: “È evidente a tutti, tranne che alla sinistra, che c’è una questione di proporzionalità delle pene che vengono comminate”. Che ne pensa?

Leggo sul Foglio un documentatissimo articolo di Ermes Antonucci, dove tutte le balle spaziali sulla vicenda di Mario Roggero vengono smontate, una ad una. Quella della mancata proporzionalità della pena inflitta al gioielliere è un’altra di queste menzogne. Più in generale lascia senza parole che la presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia parlino, operino, vogliano legiferare ritagliando, via via, dalle pagine della cronaca nera, l’articolato di nuove fattispecie penali e di nuove norme.

Anche in vista delle prossime elezioni, la sinistra dovrebbe cambiare linea sul tema della sicurezza?

Cambiare linea? Purtroppo la sinistra quella linea non ce l’ha. Ma sarebbe ancora più disastroso se, inseguendo il populismo penale di una destra che più giustizialista e più anti garantista non si può, scimmiottasse le mosse scalcinate di Salvini e di Vannacci.

Nordio due giorni fa in una intervista al Corriere della Sera ha rivendicato la sua iniziativa di aprire una istruttoria per la grazia a Roggero: “È stato un gesto umanitario”, “nessuna lesa maestà” a Mattarella. Condivide?

Nordio cerca goffamente e, va detto, un po’ ridicolmente, di recuperare il senso di un’attività ministeriale che è stata tra le più desolanti dell’Italia repubblicana. I suoi atti oscillano tra le invettive di Giorgio Bracardi, quello di “In galera, in galera” e le buffe frustrazioni di uno sfigato come il ragionier Filini. E siamo sempre nel pieno della commedia all’italiana.

Roggero è diventato il nuovo eroe della destra. Non crede che pure in vista dell’ottenimento della grazia sarebbe meglio per lui scegliere di non essere più strumentalizzato dalla politica?

Roggero, il cui dramma pure dovrebbe essere seguito con pietas e senso di umanità, è tenuto in ostaggio dai lestofanti della Lega e di Futuro Nazionale. Andrebbe liberato dai suoi spregiudicati sequestratori perché, infine, possa anch’egli usufruire della clemenza che la legge prevede. E tuttavia trovo scandaloso che le due persone da lui uccise vengano totalmente ignorate, al punto che non se ne fanno più nemmeno i nomi.

Borghi della Lega vorrebbe ampliare la legittima difesa cancellando il concetto di proporzionalità rispetto all’offesa subìta. Fratelli d’Italia vorrebbe vietare i risarcimenti per i delinquenti e le loro famiglie, persino nei casi di omicidio volontari (Roggero bis). È una rincorsa a Vannacci a chi la spara più grossa?

Questi giureconsulti da condominio, non so se siano più analfabeti o più truculenti. Questi non sono di destra: sono dei primitivi che non hanno letto un libro e nemmeno un riassuntino delle idee di Gianfranco Miglio, che pure non era uno squisito democratico. Lo slogan “la difesa è sempre legittima” non è fascista, è da scemi. Il diritto nasce proprio per porre un limite al ricorso alla violenza privata; e per tracciare un confine tra ciò che è legittimo e ciò che appartiene al mondo del pre-giuridico e del pre-politico. Ovvero la barbarie.