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di Pierangelo Sapegno

La Stampa, 14 agosto 2023

L’ex senatore Pd: “Mettere a norma le caserme dismesse sarebbe un costo enorme. In Italia troppe persone finiscono in carcere rispetto alla gravità dei reati”. Dopo i suicidi nel carcere di Torino di Azzurra e Susan, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha indicato la strada: “Dobbiamo sfruttare le caserme per alleggerire le celle sovraffollate”. Tutti d’accordo? Non proprio. “È una ricetta di cui si abusa e che risulta insensata già prima che se ne sia fatta la più modesta delle sperimentazioni”, ribatte Luigi Manconi, già docente di sociologia e dei fenomeni politici, ex senatore Pd e sottosegretario con delega alle carceri. “Una soluzione magica a cui si ricorre davanti a situazioni di emergenza che non si è in grado di affrontare”. Cominciamo da qui per fare un viaggio nella realtà crudele di un mondo sconosciuto, che non racconta solo suicidi e prevaricazioni.

Allora, perché non vanno bene?

“Innanzitutto, la caserma tipo è uno stabile dismesso che ha subito un processo di decadenza che richiede un impegno economico rilevante, anche sotto il profilo dei tempi. La caserma è un guscio vuoto che non risolve i problemi”.

Ecco, parliamo dei problemi. A cominciare da quello del personale. Un agente per quasi due detenuti, ma un educatore ogni 80…

“Si può anche dire uno psicologo ogni 150. Che è un dato ancora più drammatico. Una disponibilità irrisoria”.

A fronte di una situazione esplosiva…

“Partiamo dall’inizio. Fra due giorni il ministro dell’interno illustrerà i dati della criminalità in Italia. Sulla base della serie storica, mi è facile anticipare quelli essenziali. Il più importante: nel 1992 gli omicidi volontari oscillano tra o 700 e gli 800. Nel 2022 è altamente probabile che saranno meno di 300. Il reato più efferato del nostro codice è più che dimezzato”.

E gli altri?

“Parallelamente tutti gli altri, compresi quelli di strada hanno conosciuto una curva calante anche se con modeste oscillazioni”.

Sicuro?

“La tendenza è quella da 30 anni”.

Non ci sono reati in crescita?

“Quelli informatici. Ora non posso escludere che gli scippi siano aumentati per chissà quale motivo. Ma la realtà resta questa”.

Come si spiega una percezione diversa?

“Siamo vissuti in una bolla, all’interno dell’opinione pubblica la sicurezza rimaneva sempre ai primi posti delle ansie collettive, perché gli allarmi sociali erano funzionali a una certa politica”.

E come mai i detenuti aumentano?

“Il problema non è aumentare la capacità delle carceri, ma ridurre i nuovi carcerati”.

Rovesciare l’analisi comune?

“Certo. Non inseguire la spirale dell’allarme sociale. Oggi all’interno della popolazione detenuta il 30 per cento deve scontare una pena inferiore ai tre anni, un numero esagerato”.

E quanti sono i suicidi fra loro?

“I suicidi. Le donne sono il 5% della popolazione detenuta e fra loro il numero è doppio rispetto ai maschi. I suicidi fra i detenuti sono 16, 17 volte superiori a quelli fuori. Io ho fatto 3 ricerche sociologiche su questo tema, sono datate, ma i dati sono più o meno gli stessi. Una elevatissima incidenza è fra i detenuti nel corso della prima settimana e un numero elevato nei primi 2, 3 giorni”.

Questo perché?

“La spiegazione è che il suicidio nasce dall’impatto. È l’impatto di un detenuto con un universo a lui sconosciuto rappresentato dall’universo carcerario, di cui ignora tutto. Il codice, le gerarchie, gli stili di vita, le appartenenze. La lingua”.

La lingua? In che senso?

“Perché dentro le carceri c’è una lingua propria, straniera. Esiste un codice linguistico speciale che governa le relazioni come in ogni sistema chiuso. Ignorarla può determinare forti incomprensioni, ma pure effetti negativi”.

Torniamo all’impatto.

“La condizione di un detenuto è quella della propria solitudine. La ragazza Azzurra è stata vittima di questo. Un detenuto ha bisogno di socialità. Nelle carceri quello che chiamano sovraffollamento io la definirei congestione. Provi a immaginare una cella in una condizione di promiscuità coatta. Provi a immaginare questo sovrapporsi di muscoli, arti, questo incrociarsi di effluvi, umori, liquidi, secrezioni. Questa è congestione, non è il sovraffollamento sulla spiaggia di Rapallo. Preservare un frammento di umana dignità è impresa gigantesca”.

La situazione europea com’è?

“Un po’ diversa. Nell’Europa del Nord di sicuro migliore. In Italia tra i condannati il 55% va in prigione. In Francia, Germania, Inghilterra e Spagna solo una percentuale oscillante tra il 27 e il 37”.

Colpa delle nostre leggi?

“Certo. Sono leggi carcerocentriche. La recidiva tra chi sconta interamente la pena in carcere è del 70 per cento. Tra quelli che scontano la pena fuori crolla al 20, in determinate circostanze al 2”.

Quali?

“Il cosiddetto articolo 21, lavorano durante il giorno e dormono in cella. Tra quelli che ottengono benefici, tipo il permesso di una settimana, è meno dell’1 per cento. Solo che i nomi noti che evadono scatenano tutta l’attenzione”.

Per tirare le somme?

“Depenalizzare il maggior numero di fatti di reato. Basta pensare a cosa vorrebbe dire una politica antiproibizionista. C’è il problema degli immigrati che sono il 35%, nella maggior parte arrestati perché non in regola col permesso di soggiorno. E finiscono in carcere, nell’università del crimine. Bisognerebbe ricorrere al maggior numero possibili di sanzioni alternative alla cella. In Germania il 55 per cento delle condanne è di sanzioni pecuniarie. Infine rivalutare il lavoro, che riguarda solo l’11% dei detenuti ed è in buona parte attività di riproduzione del carcere stesso”.

Tutto questo sarebbe meglio delle caserme?

“Come stabilì un rapporto del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria di 20 anni fa, i detenuti socialmente pericolosi costituiscono il 10 per cento della popolazione carceraria. Oggi sarebbero 5500. Altro che caserme dismesse”.