di Brunella Giovara
La Repubblica, 18 febbraio 2020
Che senso grande, nella laurea honoris causa a Manlio Milani. Dottore in Giurisprudenza, il riconoscimento giusto per un uomo che ha passato almeno 43 armi in vari tribunali, più di molti avvocati e magistrati in circolazione. Dall'inizio di tutto - 28 maggio 1974, strage di piazza della Loggia - all'ultima sentenza, Cassazione del 20 giugno 2017, conferma della condanna all'ergastolo nei confronti di Carlo Maria Maggi, medico, ex ispettore veneto dell'organizzazione neofascista Ordine nuovo, e di Maurizio Tramonte, ex fonte "Tritone" dei servizi segreti.
Non c'è solo la presenza costante nelle aule. L'università di Brescia non ha solo voluto riconoscere la sapienza acquisita - che pure c'è - ma il fatto che questo uomo di 81 anni è "il vero uomo di legge, che possiede una tale padronanza dei principi giuridici da essere sempre in grado di applicarli con facilità alla matassa - perennemente arruffate - delle faccende umane", ha detto il professor Carlo Alberto Romani nella sua laudatio.
Così, il presidente dell'Associazione familiari dei caduti di piazza della Loggia, nonché uno dei fondatori della Casa della Memoria di Brescia, è stato ieri onorato nel teatro Grande, in una cerimonia che si è aperta con un minuto di silenzio per le vittime. Otto morti, oltre cento feriti, "vittime innocenti, ma non vittime qualsiasi".
Perché "la strage di Brescia reca in sé un inequivocabile marchio identificativo: la natura neofascista della trama, ordita da esponenti della destra radicale in stretto rapporto con apparati delle istituzioni", ha riassunto Romano. Ma la strage era politica: "Un attacco volutamente micidiale, in una manifestazione dichiaratamente antifascista e non, come sostenuto talvolta, un attentato volto a colpire vittime innocenti".
Quel giorno in piazza c'era Milani, con la moglie Livia Bottardi, insegnante di 32 anni, e "la vidi sparire nel fumo", disse lui poi. Un fotografo scattò l'immagine famosa: Milani in ginocchio sopra il cadavere di Livia, un braccio teso a chiedere aiuto. L'esplosione della bomba - gelignite e dinamite - fu l'inizio di un cammino lunghissimo, peraltro non ancora finito. "Senza mai abbandonarsi a una condizione di autistica sofferenza - ha detto il professor Antonio Saccoccio nella motivazione della laurea - si è adoperato per tenere vivo per tutto questo tempo il desiderio di verità e giustizia, con un costante lavoro di indagine, ricerca, memoria, contrasto alle mistificazioni e ai depistaggi, a volte lottando anche contro la lontananza manifestata da alcuni nuclei di apparati dello Stato".
Ma, ha detto il rettore Maurizio Tira, "il lavoro di Milani ha inciso per il bene di tutta la nostra comunità: la verità, la memoria e la riconciliazione". L'ultimo punto, il più attuale, per alcuni addirittura scandaloso, ribadito nelle motivazioni: "Per i percorsi di incontro e di dialogo tra vittime ed ex terroristi di cui si è reso promotore, e da cui è scaturito un modello riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo giuridico, orientato verso logiche di giustizia riparativa e non solo retributiva, per l'attenzione alla dignità dei detenuti, affinché la pena non sia mai disgiunta dal significato rieducativo e umano che la Costituzione le ha affidato".
Una "straordinaria lezione di educazione alla cittadinanza e alla legalità". Subito dopo la strage, Milani tornò in piazza della Loggia, "quasi per ritrovarmi in quel luogo che sentivo appartenermi" ha detto nella Lectio magistralis. E la piazza ancora devastata "era piena di persone che mi dissero: "Ricordati che quella bomba ci ha colpito tutti".
Sentii quel "ci ha colpiti tutti" come un dovere morale e civile di non abbandonare quella piazza". E ai funerali, il vescovo esortò a "non dimenticare Caino", il che fece arrabbiare molti, e "quella frase continuò a risuonarmi dentro". E alla prima udienza del processo, guardando gli imputati, quasi tutti giovanissimi, "mi domandai: da dove venivano? à stato l'inizio di un percorso", capire chi erano, quali idee avevano "perché nessuno nasce con la pistola in mano".
Un binario doppio, quello su cui ha camminato Milani per tutti questi anni. Parte civile nei processi, supporto "al lavoro dei magistrati perché non si sentano soli", coordinamento del "lavoro di scavo fatto dagli avvocati affiancando ai primi altri giovani avvocati, che porteranno uno sguardo nuovo su quelle carte processuali".
Così si è retto "il tempo delle delusioni", anche così si è potuta "curare la ferita della città", e superare fratture e incomprensioni. Questo processo - questi processi, alla fine sono stati undici - è durato una vita, "ci sono voluti 43 anni ma grazie a questo impegno collettivo la verità giudiziaria è stata alla fine raggiunta. Una verità incompleta ma che fissa nella storia le responsabilità politiche, ne definisce il marchio di fabbrica, la destra eversiva".
"Tutti abbiamo capito le motivazioni di questa laurea - ha detto il sindaco Emilio Del Ecco - è stato un cammino individuale e collettivo". Poi, c'è l'altro binario: "La tutela dell'innocente non può non stare profondamente a cuore proprio a chi è persona offesa da un reato. La tutela dell'innocente è prolungamento logico della ricerca della verità". E cita la presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, che nell'intervista a Repubblica di due giorni fa diceva: "La giustizia giusta è riconciliazione, non vendetta".









