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di Igor Cipollina

Gazzetta di Mantova, 4 marzo 2025

Elena Scaini stava scontando una pena di 18 anni per l’omicidio del marito. La direttrice della Casa circondariale: “Presto avrebbe cominciato a lavorare fuori”. La garante dei diritti dei detenuti: “Un gesto che ci interroga”. La notizia filtra attraverso le inferriate e i muri del carcere, pesante come un macigno: Elena Scaini, detenuta per l’omicidio del marito Stefano Giaron, si è uccisa nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 marzo. È questa circostanza - l’eco pubblica della tragedia e il cono d’ombra della prigione, nelle pieghe della città - a legittimare la pubblicazione del nome, che in altre situazioni si sarebbe omesso.

Nessun accanimento su un’esistenza irrequieta e scheggiata, solo tanto sconforto. Lo smarrimento che riverbera da via Poma, incrinando la voce di chi conferma s’interroga e ricorda. Scaini stava scontando una pena definitiva a 18 anni: in carcere era entrata nel 2020, dopo una fuga disperata e la confessione al telefono. Matrimonio tormentato, quello con Giaron, ucciso da una coltellata nell’appartamento della mamma, in via Mozart, dove la coppia era stata costretta a trasferirsi dopo la perdita del lavoro. Quando la convivenza era deragliata in una sequenza feroce di litigi.

Lo smarrimento - “Il suo gesto ha sorpreso tutti quanti - confessa la direttrice della casa circondariale di Mantova, Metella Romana Pasquini Peruzzi - Era molto seguita da educatori, sanitari, psicologi e aveva la possibilità d’immaginare un futuro diverso da quello del carcere”. Un domani prossimo: presto avrebbe cominciato a lavorare all’esterno. Era stata Elena Scaini a insistere per rimanere nel carcere di Mantova, nonostante sia strutturato per accogliere detenuti con pene fino a cinque anni.

“Qui aveva la sua famiglia e si sentiva protetta, di ritorno dalle udienze diceva “torno a casa” - racconta la direttrice - anche il suo cane era ammesso ai colloqui. Aveva un talento artistico, ha partecipato a diversi laboratori. Nessuno poteva immaginarselo. È molto doloroso anche per le sue compagne di sezione”. Una sezione piccola, raccolta, che non conta mai più di sette detenute.

Frastornata lo è anche la garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Graziella Bonomi: “Sono molto addolorata, come ho visto addolorate le altre persone in carcere, la sua educatrice di riferimento e le altre detenute con le quali ho trascorso il pomeriggio - scandisce - Si sente profondamente, il vuoto. Credo che ogni suicidio debba interrogare tutti, in particolar modo il contesto”. Insomma, per Bonomi è giusto che il carcere s’interroghi, anche se Elena Scaini “ha avuto diverse opportunità di percorsi e di costruzione di una prospettiva”.

Piccola, la sezione femminile di Mantova, tanto raccolta quanto marginale secondo l’esperienza della garante: “Oggi, dopo il suicidio, si contano cinque donne, e non si arriva mai a più di sette. Una minoranza che, come tutte le minoranze, sa di essere tale, e questo in carcere significa non avere centrata su di sé tutta l’attenzione”. Per Scaini, 57 anni, così affamata di relazioni, significava anche dover interrompere la consuetudine con le sue compagne. Neanche il tempo di conoscersi e affezionarsi, che le altre andavano via. Dentro e fuori, dentro e fuori. Lei sempre dentro. “Era sensibile e preziosa - aggiunge Bonomi - nel riportarmi il suo punto di vista sulla detenzione, si preoccupava anche dei bisogni delle sue compagne”.

Come un gabbiano - Marzia Benazzi, volontaria dell’associazione Centro solidarietà carcere, si commuove ricordando di un laboratorio dedicato alla poesia: “Elena aveva portato i testi del suo cantante preferito, Mango, in particolare amava le parole di “Come l’acqua”. Ci scambiavamo osservazioni su quello che leggevamo e, alla fine, abbiamo raccolto versi, pensieri e poesie in un libretto. È stata lei a dare un nome a quel nostro momento, due ore ogni martedì mattina. Quale? Gabbia-no. L’aveva anche disegnato sulla copertina. Un disegno splendido. Elena ti guardava dentro, era dolce e attenta alle persone”.