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di Davide Vari

Il Dubbio, 25 luglio 2026

La cura protettiva nei confronti dell’adolescenza non ce l’aveva regalata il Sessantotto. C’era già nel codice penale fascista, che non era precisamente un manuale garantista. Neanche il codice Rocco era arrivato a tanto. E badate: non è una premessa ideologica, né un pregiudizio. È un fatto. Certo, questo giornale ha criticato diverse scelte del governo, soprattutto in tema di sicurezza, e ne ha condivise altre, come nel caso del referendum sulla separazione delle carriere. Ma con il disegno di legge “Maranza” è stata superata una linea di confine politica, giuridica e culturale che dovrebbe far scattare più di un allarme. E che, ne siamo certi, anche il Quirinale, garante e custode della Costituzione, guarda con attenzione e, immaginiamo, con qualche preoccupazione.

Parliamo della decisione di rendere imputabili i minori, di trasformarli in “miniadulti”, per così dire, e dunque in soggetti pienamente consapevoli e responsabili delle proprie azioni.

Una proposta che cancella decenni di cultura pedagogica, disegna un futuro fosco e spinge i ragazzi nell’inferno criminogeno del nostro sistema penale. E quando diciamo che neanche il codice Rocco era arrivato a tanto, non intendiamo intonare la solita litania buonista. Lo diciamo perché è banalmente così. Alla base degli articoli 97 e 98 del codice penale del 1930 c’era proprio la verifica della capacità di intendere e di volere dei minori: un accertamento concreto della maturità del ragazzo al momento del fatto.

Ma già nell’Ottocento, dunque ben prima del Codice Rocco, si riteneva che l’età incidesse sulla “colpevolezza”, essendo lo sviluppo psichico e morale ancora incompleto. Insomma, quella cautela, la vera e propria cura protettiva nei confronti dell’adolescenza non ce l’aveva regalata il Sessantotto. Non era stata inventata da qualche “toga rossa”. C’era già nel codice penale fascista, che non era precisamente una raccolta di tenerezze garantiste, il quale stabiliva che sotto i quattordici anni non si fosse imputabili e che tra i quattordici e i diciotto si potesse esserlo soltanto dopo aver accertato la capacità di intendere e di volere. Perfino Rocco, insomma, aveva capito una cosa elementare: un adolescente non è semplicemente un adulto più piccolo.

E poi arriviamo a Vassalli, un faro del diritto. L’uomo della riforma dell’88 spiega perfettamente che il processo deve essere adattato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne. Un processo che deve evitare, per quanto possibile, di interrompere i percorsi di crescita; nel quale la detenzione deve essere residuale e il sistema è chiamato a responsabilizzare senza radere al suolo. Non per sentimentalismo, ma per diritto. Vassalli parla esplicitamente di tutela di una “personalità ancora in via di formazione”, di minima offensività del processo, di esigenze educative e reintegrazione sociale.

Il punto, dunque, è che questo disegno di legge rischia di smantellare più di un secolo di civiltà giuridica minorile. Con un apparentemente piccolo ma decisivo cambio di postura, il governo distrae il nostro sguardo sul mondo dei minori, abbandona la via indicata dalla Costituzione, che impone, o imporrebbe, di proteggere “l’infanzia e la gioventù”, e mette tra parentesi il richiamo della Corte costituzionale secondo cui il minorenne è una personalità ancora in formazione e, proprio per questo, recupero, educazione e individualizzazione dovrebbero pesare più della logica punitiva. Ma già sentiamo le litanie “cattiviste”. E allora è bene precisare che questo non significa che il minore non sia responsabile. Significa però che la sua responsabilità va valutata diversamente, proprio perché la sua personalità non è ancora pienamente formata. Ma tutto questo, oggi, viene spazzato via da una parolina magica: “maranza”.

La parola social politicamente perfetta che serve a impacchettare insieme rapine, risse, coltelli, periferie, immigrati, rom, seconde generazioni, baby gang, movida, paura urbana e rave. E così un fenomeno sociale diventa allarme, l’allarme diventa emergenza e l’emergenza reclama punizione.

Certo, la premier Giorgia Meloni ha spiegato il senso dell’operazione con una formula apparentemente inattaccabile: “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”. Ma proprio qui sta il punto. Nessuno ha mai sostenuto il contrario. La legge vigente consente di processare e condannare un quindicenne, un sedicenne, un diciassettenne. Chiede semplicemente allo Stato di accertare prima che quel ragazzo possedesse, in relazione a quel fatto, la maturità necessaria per essere considerato pienamente responsabile.

Questo non significa negare il problema della violenza giovanile. Alcuni dati sui reati violenti dei minorenni meritano attenzione e non possono essere liquidati come propaganda. Rapine, lesioni e risse presentano incrementi significativi nell’ultimo decennio. Ma proprio perché il fenomeno è serio, sarebbe curioso affrontarlo fingendo che la maturazione psicologica degli adolescenti possa essere modificata con un comma del codice penale. Del resto capiamo che è la via più breve. Una norma punitiva è molto più semplice, e politicamente redditizia che discutere di educazione, famiglia, scuola... Tutte cose lente, costose, poco instagrammabili. Poco remunerative elettoralmente. E allora molto meglio uno spottone punitivo: costa meno e rende di più. C’era, insomma, una strada lunga e antica, costruita intorno all’idea che i nostri ragazzi debbano essere protetti anche e soprattutto quando sbagliano. Una strada bruscamente interrotta prima dal decreto Caivano e ora da questo nuovo intervento. Questo non vuol dire che siamo diventati improvvisamente più severi dei fascisti. Sarebbe una sciocchezza dirlo. Ma di certo possiamo dire di aver rinunciato a una visione complessa dei fenomeni per ridurre tutto a slogan propagandistico. E per un legislatore, forse, è anche più grave.