di Marco Revelli
La Stampa, 9 agosto 2022
Il disastro del 1956 dovrebbe spingere tutti a farsi carico di una domanda di giustizia sociale. Anziché alimentare paragoni tra le “nostre” vittime di ieri e le disperazioni dei migranti di oggi. “Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”. Questa frase, amarissima, di Walter Benjamin nella sesta delle sue celebri tesi “Sul concetto di storia”, mi è tornata in mente ieri nel leggere la lunga lettera che Giorgia Meloni ha indirizzato al “Corriere della Sera”, nel giorno della tragedia di Marcinelle.
Quella consumatasi la mattina dell’8 agosto del 1956 nella miniera di Bois du Cazier, in Belgio, è una delle più terribili tragedie del lavoro e dell’emigrazione. Nel rogo sprigionatosi nel “Pozzo I”, il più vecchio (era entrato in funzione nel 1830) e per questo interamente rivestito in legno, morirono 262 persone sulle 275 presenti. Di queste 136, più della metà, erano italiani. Altri 95 erano belgi, 8 i polacchi e poi greci, ungheresi, algerini, russi… L’articolata e dolente composizione dei lavori umili e pericolosi, verso cui la miseria da sempre spinge l’esercito che non conosce patria né confini perché il bisogno è più forte di ogni appartenenza (è utile, a questo proposito, ricordare che nel 1956, fra i 142.000 minatori impiegati, 63.000 erano stranieri e fra questi 44.000 erano italiani).
Ora che quell’avvenimento atroce, che dovrebbe essere rammemorato per invitare tutti, governanti e governati, a farsi carico di una domanda mai sopita di giustizia sociale e di tutela delle vite altrimenti considerate “di scarto”, venga al contrario utilizzata, da leader politici senza scrupoli, per aprire una polemica fuori luogo sul tema, lacerante, dell’emigrazione…; e soprattutto per tracciare inappropriate linee di demarcazione tra le “nostre” vittime di ieri e le nuove disperazioni migranti di oggi, ci dice a quale livello di degrado sia giunta la lotta politica. Che a quei morti di ieri sia tolto persino l’orgoglio di rappresentare una causa universale - le ragioni dei sacrificati di tutto il mondo di fronte alla rapacità di chi li ha usati come carne da macello nei processi di lavoro (così, tradizionalmente, il movimento operaio ha ricordato Marcinelle) -, per contrapporli al contrario a quanti oggi ripercorrono strade simili di sacrificio e sofferenza, non è solo indice di spregiudicatezza politica. O di scarsa sensibilità storica.
È il segno di una volontà totalizzante di piegare ogni possibile terreno di rilevanza pubblica ai propri obiettivi di potere, senza fermarsi di fronte a nulla. Strumentalizzando qualunque tema e qualunque occasione si presti a conquistare un frammento di visibilità. Introducendo a questo fine - perché, si sa, l’appello alle passioni nazionalistiche genera energia politica potente - persino la contrapposizione tra le vittime “italiane” e gli “altri”, come se le vittime non fossero tutte uguali, e la nazionalità ne nobilitasse alcune e ne svalorizzasse altre: il peggior oltraggio a chi là, in fondo a un pozzo atrocemente multietnico, ha finito la propria vita.
Non può sfuggire, nella lunga lettera pubblicata dal Corriere, un’evidente contraddizione tra l’invito a “evitare strumentalizzazioni” rivolto a chi attualizzerebbe la tragedia di Marcinelle in tema di migrazioni, e l’uso che lei stessa fa dell’argomento, come occasione per un’ampia filippica contro chi ha aperto la strada ai flussi (i governi di sinistra) e contro quanti, sotto la comoda qualifica di migrante pretenderebbero di parassitare il nostro Paese.
Vecchio, e sperimentato espediente, di imputare agli altri propri vizi e intenzioni. Così i poveri morti di Bois du Cazier hanno fruttato alla leader di Fratelli d’Italia lanciata alla conquista del suo posto al sole qualche decimetro quadrato di pagina di un grande quotidiano nazionale. Poi toccherà ad altri, vivi o morti, diventare materia prima per il suo sequel destinato a durare fino al 25 settembre.










