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di Arianna Finos

La Repubblica, 11 dicembre 2022

Mentre l’Europa lo festeggia a Reykjavík, consegnandogli il premio di regista più innovativo per Esterno notte, Marco Bellocchio annuncia a sorpresa un nuovo progetto: una serie su Enzo Tortora. Il cineasta fa planare la notizia qualche ora prima della cerimonia all’Harpa Concert Hall, l’auditorium in vetro nel cuore della capitale islandese. Arriva nella hall dell’hotel Parlament in contemporanea con Pierfrancesco Favino, sorridente malgrado le valigie sue e della moglie Anna Ferzetti siano rimaste, per un disguido, nello scalo parigino: “Vuol dire che mi metterò il tradizionale abito islandese”, scherza l’attore, che tre anni fa era in gara con Il traditore di Bellocchio e oggi è nella cinquina con Nostalgia di Mario Martone.

Bellocchio, si aspettava il premio per la narrazione innovativa, Innovative Storytellng?

“Si fa sempre il rapporto tra i miei 83 anni e la giovinezza, di solito all’età mia uno o è rincoglionito o ritirato. Ma Sofocle o geni come Michelangelo, a cui pure non mi paragono, hanno resistito, e io resisto”.

Che consigli darebbe a un giovane cineasta?

“Non ho assolutamente la presunzione di dare dei messaggi, ma certamente al di là della casualità - perché ci sono geni morti a trent’anni - io penso che la mia situazione sia in parte dovuta a un certo tipo di difesa della propria fantasia. In questo nostro mestiere si fanno tanti compromessi. Però c’è sempre un limite, un confine, e se tu lo oltrepassi rischi di danneggiare molto la tua immaginazione, la tua fantasia. Io ho sempre cercato di fare dei compromessi, ma anche di difendere le mie idee e le mie fonti di ispirazione. Quando dicevano che il cinema italiano si guarda sempre l’ombelico… in realtà quello che noi facciamo è la nostra autobiografia e la nostra vita, è quello che leggiamo, quello che vediamo. Però il problema è come lo trasformi e come lo ribalti, come lo rimetti in rappresentazione. Evidentemente questo movimento funziona ancora. Ci sono grandi registi che improvvisamente si sono bloccati. Sarà ancora perché mi piace questo lavoro, mi piace guardarmi attorno: io vado avanti ed è questo il motivo”.

Da tempo gira La conversione, film su Edgardo Mortara, il bimbo ebreo che papa Pio IX fece allontanare dalla famiglia di origine per essere allevato da cattolico: si sono viste le prime immagini, quando sarà pronto?

“Dobbiamo ancora girare alcune importanti scene, lavorerò una settimana a gennaio. Però siamo molto avanti con il montaggio. Sarà pronto in primavera e vedremo dove andrà, se piacerà, e poi capiremo quando uscire”.

Esterno notte ha riaperto la discussione sul caso Moro, con Tortora affronta una vicenda italiana che, anche se in modo diverso, ha segnato la vita pubblica...

“Già da mesi penso alla serie su Enzo Tortora, stiamo lavorando con Stefano Bises e Giordana Mari. Ma siamo all’inizio. L’intento non è quello di fare un santino. Ormai tutti sanno che è stata un’orribile ingiustizia quella che ha subìto. Vorremmo allora cercare di approndire, l’uomo, analizzando anche il suo enorme successo con Portobello. Ci sono una serie di spunti molto importanti. E, come in Esterno notte, la serie non avrà solo l’intento di denunciare l’ingiustizia che lo ha portato alla morte, ma di la sua vita e le persone che ne facevano parte. Va detto che comunque quella giudiziaria è una vicenda interessante, perchè è una storia a lieto fine: in appello e cassazione Tortora è stato assolto, è stato riammesso in televisione, ha ricominciato Portobello, qualcosa però si era rotto in lui, non riusciva più a parlare con il pappagallo. Morirà un anno dopo. Un titolo potrebbe essere La colonna infame, che era il libro che lui volle fosse messo sulla bara quando ci furono i funerali”.

Si affronta anche il tema dei pentiti, dei giudici, delle condanne e delle assoluzioni...

“Giudici che, di fronte a tutte le evidenze, lo hanno tenuto in galera, lo hanno portato a processo, lo hanno condannato a dieci anni. Non perché fossero cattivi, ma perché se lo avessero assolto sarebbe caduto tutto. Però c’è una giustizia fatta con l’imputato vivo. Non come per il caso Moro. Nel senso che Tortora è stato riabilitato completamente ed è interessante quel passaggio in cui lui ritorna a Portobello ma non è più in grado di farlo. Non ho ancora pensato a un attore”.

Perché questa storia è rilevante oggi?

“È un uomo che nel momento più alto del successo - Portobello aveva 20 milioni di spettatori - era diventato una vera celebrità. Mi piacerebbe indagare il suo privato: quest’uomo dall’oggi al domani viene portato in manette a Regina Coeli, mi domando del suo stupore. In questa tragica odissea è come se acquistasse ancor più profondità, la forza di difendere la propria identità, la propria innocenza di fronte alle cose orribili che accadono. Di fronte ai pentiti che accusano, ritrattano, accusano di nuovo. Se noi guardiamo la quantità dei testimoni falsi, è sconvolgente. Mi piace la sua determinazione che lo mette in crisi anche per la salute fisica. Era un lottatore. E poi, nonostante tutto, nella stessa Napoli - lui voleva che l’appello fosse in altra sede - trova dei giudici giusti che dicono “è tutto falso” e lo assolvono. Ma non vogliamo fare una serie polemica, gran parte di questi soggetti sono morti, anche i giudici. Nessuno ha pagato; poi c’è stata la legge Vassalli e un referendum vinto con una maggioranza schiacciante, perchè anche i giudici avessero delle responsabilità. Una legge che poi, mi dicono, è stata svuotata. La serie non è fatta per lapidare i giudici del tribunale, ma hanno fatto tutti grande carriera, non si sono dimessi o ritirati in convento per mettersi la cenere sul capo... Alcuni continuavano a dire che avevano ragione...”.

La serie è una forma che più si addice all’approfondimento?

“Sì, come per Esterno notte, volendo non fare solo la denuncia, che è una voce non dico secondaria ma parallela. Parlando di Tortora e di tutti i personaggi che ci sono intorno, la ricerca è complessa. Qualcuno vicino a Tortora ci spiegava che una parte della stampa ha cavalcato la cosa, anche se alcuni intellettuali si sono poi quasi subito interrogati, penso a Biagi: ‘È davvero colpevole?’. E poi c’era uno Stato che si trovava a far fronte alla mafia e alla camorra quotidianamente e quindi doveva essere usato ogni mezzo. L’autorevolezza dei giudici era sostenuta e la loro azione, da parte di un’opinione pubblica che poi è cambiata, era anche apprezzata”.