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di Elvira Serra

Corriere della Sera, 3 settembre 2022

Antiproibizionista, è stato per anni al fianco di Pannella e Bonino: “Con Marco ho anche vissuto a Roma. Ricordo queste cene insostenibili con la pastasciutta: metteva un panetto di burro e una montagna di parmigiano”

Quante volte è stato arrestato?

“Portato dentro per il fermo di polizia... in Italia un paio di volte, poi a Bruxelles e a Mosca. Arrestato per qualche giorno, invece, a Manchester”.

L’esperienza più pericolosa?

“A Mosca, nel 2007. Ero andato con altri parlamentari europei ad aiutare l’organizzazione di un Gay Pride non autorizzato. Contro di noi c’era un gruppo di facinorosi skinhead neonazi, mentre un prete ortodosso ci lanciava l’acqua benedetta. Era pericolosa la situazione: la strategia della polizia era di lasciare che si trasformasse in rissa, per non intervenire e lavarsene le mani”.

Che bambino era?

“Normale, allegro, molto sportivo: giocavo a pallacanestro fin da piccolissimo. Guardavo Goldrake, andavo in montagna, in spiagge improbabili della Jugoslavia dove ci portavano i nostri genitori, facevo puzzle”.

Già allora difendeva i più deboli? Non so: non aveva un ospedale degli animali?

“Mi piacevano i giornali, la geografia, la storia. Mi inventavo delle guerre sulla cartina geografica. A un certo punto l’ho sparata grossa dicendo che volevo diventare segretario generale dell’Onu. Mi interessava la cosa pubblica: c’era sensibilità in famiglia”.

Per via dei suoi genitori...

“Mio padre, ingegnere e manager, era segretario del Partito Repubblicano a Monza. Mia madre si era iscritta al Partito Radicale durante la campagna “O lo scegli, o lo sciogli!”. Avevo uno zio socialista. A metà degli anni 70 i miei andarono a un comizio di Pannella e ricordo che rimasi al bar con il nonno e mio fratello Massimo, di due anni più grande di me”.

La sua adolescenza...

“In prima media ho avuto una specie di grande fervore religioso: per quattro mesi ho fatto il chierichetto. Mi sembrava necessario combattere la povertà. Verso i 15 anni ho virato sull’anarchia, più sul versante musicale, ma sempre con l’idea del tendenziale deperimento del potere, che è necessario, ma dovrebbe essere limitato all’indispensabile. Vale per tutto, eh, per lo Stato e per le aziende. Che Twitter abbia sospeso Trump, il presidente degli Stati Uniti democraticamente eletto, per me è inconcepibile, al di là del merito e del fatto che lui abbia idee lontanissime dalle mie”.

Il primo voto?

“Nel 1989: antiproibizionista e Pds. Era il momento del dialogo tra Occhetto e Pannella”.

Prima tessera?

“Nel 1990, con il Coordinamento radicale antiproibizionista. Era la prima questione che vedevo intorno a me: l’assurdità che dei ragazzi potessero essere arrestati perché fumavano spinelli”.

Lei li fumava?

“Sì, moderatamente”.

E oggi?

“Ogni tanto, non ho mai preso il vizio. È una cosa che faccio più in compagnia. Ancora adesso ho coltivato una pianticina”.

Il primo vero incontro con Pannella...

“Nel ‘92. Mio fratello era candidato alle comunali a Monza e lui venne per un comizio. Avevo appena parcheggiato la Vespa quando me lo vidi passare accanto e lo fermai: “Ciao Marco, sono il fratello di Dallas: era il soprannome che aveva dato a Massimo, per sfotterlo, perché sembrava un candidato americano. Poi quando è salito sul palco gli ha detto: “Ho conosciuto il vero radicale della famiglia”. Qualche mese dopo ci incontrammo di nuovo a Genova, al Congresso radicale antiproibizionista. E parlammo a lungo, mi dedicò molta attenzione. Fu da subito un rapporto importante”.

Avete anche abitato insieme...

“Io ero sempre via, ma quando andavo a Roma stavo a casa sua. Ricordo queste cene insostenibili con la pastasciutta: metteva un panetto di burro e una montagna di parmigiano. Per fortuna aveva anche un pizzicagnolo sotto casa e si faceva portare su le cose. Con lui l’impegno era sempre senza orari: riunioni di quattro giorni, il digiuno di Pasqua, la marcia di Natale, il presidio al Quirinale. Un modo di vivere la politica totalizzante”.

Quando è morto ha pianto?

“Sì. Negli ultimi anni eravamo sempre più distanti, in parte avevo già elaborato il distacco. Seppi che era morto mentre raccoglievo le firme in Porta Romana a Milano per le comunali del 2016. È stato un pezzo importante della mia vita e una grande perdita. Da lui ho imparato tanto sia umanamente che politicamente”.

Mi faccia un esempio di quello che ha imparato umanamente...

“In una parola, direi l’attenzione: se stai parlando con una persona, non lasciare spazio alla distrazione, alla parola detta tanto per cortesia. Da fuori molti si potevano aspettare la rottamazione. Ma io sono fiero, rivendico di non aver mai usato questo registro, né con Pannella né con Bonino. Una volta andammo tutti e tre insieme da Veltroni, nel 2009, per quel negoziato difficile con il Pd. Avevo dimenticato il cappotto e tornai indietro a riprenderlo. Allora Veltroni, che conoscevo bene dall’Europarlamento, mi disse: “Guarda Marco che in politica bisogna imparare a uccidere il padre”. Ecco, io non ho mai sentito questa esigenza”.

Ed Emma Bonino?

“È sempre stata complementare a Marco: c’era Pannella con la creazione visionaria e gli strumenti di lotta, come lo sciopero della fame, ed Emma che era la sua migliore interprete istituzionale. Dopo ore e ore di riunione estenuante lei saltava sempre su: chi fa cosa? Umanamente molto brusca, essenziale, che può anche essere un pregio, mi ha insegnato molto sulla necessità di semplificare l’azione politica. E poi la marcia in più di entrambi era la visione globale: ragionavano in termini di cosa succede nel mondo e “quindi” di cosa succede in Italia”.

È più divertente fare il consigliere comunale (a Milano), l’europarlamentare (a Strasburgo) o il deputato (a Roma)?

“Allora, il deputato l’ho fatto tre giorni, non potrei dire. Mentre quella di parlamentare europeo è stata l’esperienza più appassionante. Da una parte ho veramente girato il mondo, conosciuto grandi personalità internazionali. Il Partito Radicale Transnazionale aveva contatti con i dissidenti ovunque, il Dalai Lama l’ho incontrato più volte”.

Chi l’ha emozionata di più?

“La persona con cui eravamo più intimamente legati era Kok Ksor, il capo dei Montagnard del Vietnam”.

Non vorrebbe tornare in Parlamento in Italia?

“Ho scelto di fare la politica dal basso, con l’Associazione Luca Coscioni e con Eumans! Questo mi dà la libertà e il tempo, anche banalmente, di rispondere a chi mi chiede aiuto per il suicidio assistito”.

E allora dove pensava di andare con la “Lista Referendum e Democrazia”?

“La lista serviva a porre la questione di una democrazia che non funziona, di un gioco pesantemente truccato, inaccessibile a chi non fa parte della ristretta cerchia. Oggi la democrazia è l’unica cosa che non si può fare con il telefonino”.

Quante persone ha accompagnato in Svizzera a morire?

“Tre: Dj Fabo, Piera Franchini, che dovette rinunciare e poi ci ritornò da sola, ed Elena. Altre due le ho aiutate economicamente a farlo: Davide Trentini e Dominique Velati”.

Che effetto le fa sentire una madre che dice al figlio: “Vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada”?

“La sofferenza di Fabiano era così forte, così prolungata, che in tutte le persone presenti lì quel giorno in attesa, la sua morte è stata vissuta come un momento di liberazione”.

Se si trovasse nelle stesse condizioni chiederebbe il suicidio assistito?

“Sono situazioni impossibili da prevedere. Ma non ritengo scontato che io per me sceglierei l’eutanasia. La gran parte del tempo comunico, leggo, scrivo. Magari interagendo con un comunicatore potrei trovare la motivazione per vivere. Altri come Antonio, l’uomo marchigiano che ha appena ottenuto il via libero al suicidio assistito, trovava nella manualità la sua ragione di vita e l’ha persa. Dj Fabo viveva per la musica. Un giorno un po’ superficialmente gli dissi: “Ma scusa, la musica la puoi ascoltare ancora”. E lui: “Ma io adesso quando la ascolto piango, perché mi fa venire su la vita che non posso più avere”“.

Si commuove quando aiuta queste persone ad andarsene?

“Mi commuovo in modo sfasato. Sul momento no, la tensione delle cose che possono andar male è troppo forte. È una responsabilità: guido, prendo la macchina, queste persone mi hanno dato una fiducia enorme e non posso tradirla. Poi, però, dopo giorni le cose vengono fuori. L’ultima volta, dopo aver accompagnato Elena, sono andato da mia figlia al mare e non potevo spiegarle perché ero in una condizione psicologica diversa. A un certo punto ho pianto da solo”.

Sua figlia si chiama Vittoria. Chi ha scelto il nome?

“Insieme con la madre (la giornalista e imprenditrice Simona Voglino Levy, ndr). L’idea però è stata sua. Doveva chiamarsi Micol, ma poi è arrivata dopo una lunga attesa. Ha quasi 4 anni. Ogni tanto quando vede qualcuno che mi ferma per strada mi chiede: chi è? Le rispondo: un amico”.

(Parentesi futile. Canzone preferita?

“Siamo solo noi, di Vasco”.

Il film?

“C’era una volta in America”.

La sua madeleine?

“Gli gnocchi di patate di mia nonna e la torta di mele”.

Serie tv?

“Breaking Bad”.

Si è dato un limite al suo impegno sociale?

“Il limite è la ragionevolezza. Anche il rischio sulla disobbedienza civile, la possibilità del carcere, l’autodenuncia, sono arrivati dopo dieci anni di iniziative. È stata importante la gradualità, non c’è mai stata solo provocazione. Per l’eutanasia avevamo già provato la strada del referendum, di una legge in Parlamento. Oggi un nuovo processo, per la morte di Elena cui mancava il requisito previsto dalla sentenza della Consulta di essere tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, rappresenta un modo di creare nuove libertà sul tema del fine vita. Non è qualcosa di avventato”.

Lei è credente?

“No. Penso che ci sia un importante elemento di mistero da rispettare. Non ho la presunzione che tutto si possa ridurre a materia e razionalità. Il concetto stesso di infinito è incomprensibile per la mente umana. Penso anche che dare un nome a questo mistero sia forse un modo di illudersi di renderlo meno misterioso. E io non sento il bisogno di codificare o di ritualizzare il mio rapporto con il mistero”.