di Ilaria Carra
La Repubblica, 7 settembre 2023
“Incidono una serie di fattori solitamente correlati alla percezione di insicurezza: invecchiamento della popolazione, incertezza sociale ed economica, aumento di alcune fattispecie criminali”. La microcriminalità di strada “corre”. La fotografia dell’andamento del crimine in città negli ultimi sette mesi immortala un aumento generale dei reati, lieve, intorno al 2 per cento rispetto al 2019, l’ultimo anno comparabile prima della pandemia. Ma se da un lato calano i reati più classici come le rapine in banca, le estorsioni, i furti in abitazione, a crescere sono soprattutto i reati predatori, quelli cioè che compongono la galassia della microcriminalità su strada. In particolare si registrano più furti e più rapine su strada. Più 50 per cento di entrambi i reati rispetto al 2019, ma anche in aumento sull’anno scorso: i furti con strappo sono saliti del 10 per cento e le rapine per la strada del 6 per cento. La stragrande maggioranza dell’attività delle forze di polizia è volta proprio al contrasto alla microcriminalità, che è “micro” ma molto diffusa.
Marco Dugato, docente di Sociologia della Cattolica e ricercatore presso il Transcrime, centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità, studia il fenomeno. Come valuta questo trend di crescita?
“Il problema c’è, specie nelle grandi città. I reati micro hanno un impatto fortissimo sulla percezione di sicurezza in una metropoli come Milano. Anche perché sono numericamente i più diffusi, è più facile averne esperienza diretta, se non personale di qualche familiare e amico. E questo li rende più reali rispetto ad altri reati magari più gravi. Bisogna sempre tenere conto poi che la dimensione della percezione e il dato reale vanno a braccetto ma fino a un certo punto”.
Fino a quale punto?
“In passato il tasso di delittuosità era molto più alto di adesso ma era un periodo più felice, di crescita e si percepiva meno questo problema. Ora incide anche una serie di fattori solitamente correlati alla percezione di insicurezza. Parlo dell’invecchiamento della popolazione, dell’incertezza sociale ed economica, dell’aumento anche di alcune fattispecie criminali. E questa combinazione genera un’accresciuta percezione di insicurezza che spesso va anche al di là del reale”.
A compiere questo genere di reati, secondo la lente delle forze dell’ordine, sono quasi sempre giovani, se non giovanissimi. Dal suo osservatorio cosa ne pensa?
“È così, è un fenomeno di devianza giovanile. Quello che osserviamo è che non c’è una strutturazione, non sono gruppi organizzati. A Milano si lega molto al fenomeno dei minori non accompagnati arrivati in Italia, ma altrove notiamo invece che sono italiani. Semplicemente sono persone che vivono in contesti emarginati, che non sono inserite in percorsi formativi e vengono lasciate all’educazione della strada. Hanno legami più laschi, agiscono con più estemporaneità, non escono alla mattina con l’idea di commettere un reato. Sono più difficili da intercettare proprio perché agiscono da individui, trascinati dalla dinamica di gruppo ma senza pianificazione”.
Sono molto violenti. “La violenza è diventata una forma di espressione” è l’osservazione di un investigatore. È d’accordo?
“Si, anche molto legato ai social, ora i reati si spettacolarizzano. Prima la rissa non finiva ripresa e postata, c’è un tentativo ogni volta di spingere il limite sempre più in là. E diventa anche un motivo per certe azioni criminali: compierle solo per apparire e magari guadagnare una certa credibilità, come nel mondo della trap. Il guadagno, qui, lo si traduce sui profili, in una realtà diversa”.











