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di Francesca Scopelliti*

Il Dubbio, 25 maggio 2026

Ci sono uomini che un Paese celebra solo quando non può più ascoltarli, che diventano monumenti solo quando non possono più parlare. Da vivi disturbano, dividono, irritano. Da morti vengono lucidati, celebrati, resi innocui. È accaduto a Enzo Tortora. È accaduto a Marco Pannella. Due storie diversissime, eppure unite da una stessa condanna: essere stati troppo liberi per il loro tempo. Il 18 maggio, trentotto anni dopo. Il 19 maggio, dieci anni dopo. Due date che non sono soltanto ricorrenze: sono ferite e promesse, ancora aperte, perché “quei due” non ci hanno lasciato un museo di parole, bensì una bussola.

Oggi il nome di Tortora, applaudito e osannato da tutti nella sua prima vita, abbandonato dal potere nella seconda, continua a provocare imbarazzo. Non perché si dubiti della sua innocenza - quella è stata ristabilita definitivamente - ma perché la sua vicenda resta una ferita aperta nella coscienza italiana. Ricordarlo significa ricordare che lo Stato può distruggere un innocente, che il circo mediatico può trasformare il sospetto in sentenza, che la giustizia può diventare spettacolo. E molte istituzioni preferiscono dimenticare. Pur vivendo, in presa diretta, il caso Garlasco.

Pannella invece viene celebrato nei convegni, citato nei discorsi ufficiali, commemorato negli anniversari. Nel decimo anniversario della sua morte lo si è definito visionario, maestro di libertà, coscienza civile. Tutto vero. Ma da vivo veniva spesso trattato come un fastidio: eccessivo, rumoroso, ingombrante. Digiuni, provocazioni, maratone oratorie, campagne impossibili. La politica italiana lo sopportava più di quanto lo ascoltasse. Quarant’anni fa, l’Italia era un Paese stanco e nervoso: gli anni di piombo lasciavano macerie morali, il terrorismo aveva scavato paura, la politica occupava ogni spazio della società. Le televisioni private stavano nascendo, ma il rapporto tra potere, magistratura e informazione era già profondamente ambiguo. Fu in quell’Italia che Tortora venne arrestato nel 1983. Un uomo perbene, popolarissimo, volto rassicurante della televisione, sbattuto in manette davanti alle telecamere sulla base delle parole di pentiti inattendibili. La sua immagine entrò nelle case degli italiani come un monito: nessuno è al sicuro.

La presunzione d’innocenza era un principio astratto, il giustizialismo era già un sentimento popolare, la gogna precedeva il processo. Tortora non fu solo una vittima giudiziaria: fu una vittima culturale. Di quella cultura che Pannella combatteva quando parlava di carceri disumane, abuso della custodia cautelare, informazione conformista difendendo i diritti civili, la responsabilità dello Stato, il garantismo, la libertà individuale. Sembravano battaglie marginali, oggi sembrano profezie.

Alla morte di Pannella arrivarono elogi da tutti: destra, sinistra, istituzioni, giornali. Quasi un’assoluzione collettiva. Ma molti di quelli che lo commemoravano erano gli stessi che avevano ignorato le sue denunce sul sovraffollamento carcerario, sulla giustizia spettacolo, sull’ipocrisia dei partiti. Quasi a dire che la morte rende presentabili anche gli uomini scomodi. Ma cosa hanno lasciato? Tortora ha lasciato una domanda che ancora oggi inquieta: può esistere una democrazia sana senza giustizia? La sua vicenda è diventata simbolo degli errori giudiziari, ma soprattutto del rapporto malato tra procure, media e opinione pubblica. Ogni volta che un’indagine viene trasformata in condanna preventiva, ogni volta che il sospetto diventa titolo definitivo, il fantasma di Tortora ritorna. Ha lasciato anche una frase che dovrebbe essere scolpita nelle aule giudiziarie: “Dove eravamo rimasti?”. Era il suo ritorno in televisione dopo l’assoluzione, ma sembrava una domanda rivolta all’Italia intera. Pannella ha lasciato il metodo della disobbedienza civile, l’idea che la politica debba essere anche testimonianza personale, sacrificio, corpo esposto. Ha insegnato che i diritti non arrivano mai spontaneamente e molte battaglie oggi considerate normali - divorzio, aborto, diritti dei detenuti, antiproibizionismo, libertà individuali - portano il suo segno, lasciando soprattutto un’inquietudine morale: la democrazia non è mai conquistata una volta per tutte.

Ma cosa direbbero oggi Enzo e Marco guardandoci dal cielo? Forse Tortora denuncerebbe con amarezza una società in cui il processo mediatico è diventato ancora più feroce. I social network hanno moltiplicato la velocità della gogna. Oggi basta un titolo, un video, un’indiscrezione per emettere sentenze collettive irreversibili. Per costruire il “mostro”. Probabilmente direbbe che la tecnologia è cambiata, ma la fragilità delle garanzie resta identica. Direbbe che i media, stampa e televisione dovrebbero essere più al servizio dei cittadini, rispondere alle loro esigenze e non ai diktat del potere. E naturalmente confermerebbe il suo parere sulla tv di Stato: un calderone politico, un po’ di destra, un po’ di sinistra e un po’ di centro.

Pannella vedrebbe un Paese più libero nei diritti formali ma più fragile nella coscienza civile. Noterebbe cittadini sempre più arrabbiati ma meno disposti a impegnarsi personalmente. Parlerebbe ancora di carceri, di giustizia, di libertà di informazione, di eutanasia, di droghe, di Europa. E forse denuncerebbe una politica ormai incapace di ascoltare davvero il dissenso. Tortora ricorda che lo Stato può sbagliare terribilmente. Pannella che la libertà richiede fatica, conflitto, ostinazione. Ed è per questo che vengono celebrati con prudenza: abbastanza da apparire civili, non abbastanza da diventare davvero esempio. Eppure il loro lascito più autentico è proprio lì, nel disagio che ancora provocano. E allora forse la domanda più attuale non è cosa abbiano lasciato loro all’Italia, ma cosa l’Italia abbia imparato davvero da loro.

*Presidente Fondazione per la giustizia Enzo Tortora