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di Valter Vecellio

Il Dubbio, 19 maggio 2026

Non sono uno storico laureato che si va a impalcare in dotte (e scontate, però) vivisezioni sul come e il perché; e neppure un “ex” corroso da rancorosa rivalsa. Lo sai (e lo sappia anche il lettore) che sono più di cinquant’anni che conosco Marco: la prima tessera al Partito Radicale risale al 1972, quando il simbolo era la donna con in testa il berretto frigio disegnata da Mario Pannunzio. Non si pretenderà che il mio sia uno sguardo obiettivo, disincantato, che nel parlare di Marco non ci sia un intruglio di ammirazione, gratitudine, affetto. Mi (vi) risparmierò dunque la litania: divorzio-aborto-diritti civili-digiuni-fame nel mondo-nonviolenza, e tutto il catalogo imponente delle “imprese” pannelliane.

Ahimé, non basterebbero i volumi e l’impegno che Renzo De Felice ha dedicato a Mussolini. Esagerazioni? Non ho finito: lo considero uno dei cinque o sei statisti che l’Italia ha avuto dalla breccia di Porta Pia in poi, ma spiegare come sono arrivato ad accostarlo a Cavour, Giolitti, De Gasperi, Mattei, Craxi, non basterebbe il doppio delle pagine di questo giornale. A questo punto, lo so, molti storceranno naso e bocca, per questa mia affermazione si abbandoneranno a sospiri di commiserazione.

A tutti loro un consiglio: per capire Pannella ci si armi di pazienza e si ascolti “Radio Radicale”. Qui, attraverso le parole di altri, cercherò di dare “assaggi”: “Anche quando graffia, non provoca rancori” (Giulio Andreotti); “E’ un libertario che difende la Costituzione, e invece lo scambiano per sovversivo. Attrae i giovani come facevano Ernesto Rossi, Pannunzio e altri vent’anni fa, e non li eccita alla contestazione del sistema, ma al piacere della libertà” (Arrigo Benedetti); “Ha insegnato a molti italiani non come si possa far buon uso dei mezzi che la libertà eventualmente ci consente di usare, ma come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo” (Umberto Eco), “Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Andrej Sacharov e Pannella, che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi” (Eugenio Montale), “È un Brancaleone, uno sparafucile, un saccheggiatore di pollai, un gigionesco mattatore, capace di rubare il posto a un morto nella bara, pur di mettersi al centro del funerale. Ma è anche lo sceriffo che, disarmato, va a sfidare il gangster nella sua tana…” (Indro Montanelli); “Pannella è il solo uomo politico che costantemente dimostri di avere il senso del diritto, della legge, della giustizia. Pannella, e le non molte persone che pensano e sentono come lui (e tra le quali mi onoro di stare), si trovano dunque ad assolvere un compito ben gravoso e difficoltoso: ricordare agli immemori l’esistenza del diritto e rivendicare tale esistenza di fronte ai giochi di potere che appunto nel vuoto del diritto, o nel suo stravolgimento, la politica italiana conduce” (Leonardo Sciascia).

Francesco Merlo ne dà esatta e lusinghiera descrizione: “È come un personaggio di Pirandello, o forse di Camus, così straniero all’assurdo italiano…un leader che non ha mai creduto al sacrificio, che anzi da sempre ripete che ‘lo spirito di sacrificio, l’etica e l’etichetta del sacrificio non sono per me’ …È lo scandalo italiano. Al contrario della parabola evangelica, Pannella è il sacerdote delle istituzioni che i mercanti hanno cacciato dal tempio”. A questo punto credo che sia utile riproporre quello che penso sia l’ultimo scritto di Pannella. Ha la data del 22 aprile 2026, poche vibranti righe rivolte a Papa Francesco; fanno riflettere e meditare anche i laici più inossidabili.

“Caro Papa Francesco, Ti scrivo dalla mia stanza all’ultimo piano - vicino al cielo - per dirti che in realtà ti stavo vicino a Lesbo quando abbracciavi la carne martoriata di quelle donne, di quei bambini, e di quegli uomini che nessuno vuole accogliere in Europa. Questo è il Vangelo che io amo e che voglio continuare a vivere accanto agli ultimi, quelli che tutti scaricano. Questa passione è il vento dello “Spirito” che muove il mondo. Lo vedo dalla mia piccola finestra con le piante impazzite che si muovono a questo vento e i gabbiani che lo accompagnano. In questo tempo non posso più uscire, ma ti sto accanto in tutte le uscite che fai tu. Un pensiero fisso mi accompagna ancora oggi: spes contra spem. Caro Papa Francesco, sono più avanti di te negli anni, ma credo che anche tu ti trovi a dover vivere spes contra spem. Ti voglio bene davvero. Tuo Marco.

P.S. Ho preso in mano la croce che portava in mano monsignor Romero e non riesco a staccarmene”. Cosa aggiungere, a questo punto? Nell’immenso, personalissimo vocabolario di Pannella c’è un termine, ricorrente, negli ultimi tempi: “Compresenza”. Lo aveva mutuato da Aldo Capitini, uno degli apostoli della nonviolenza. Con Capitini non erano mancate polemiche e dissensi anche feroci, ma proprio con i più vicini e sodali Pannella spesso furiosamente battibeccava. “Compresenza”, dunque: cioè “l’esser presente con altri”, anche quando non si è più. Molti in queste ore rivendicano questa “compresenza”. Vedremo da domani come verrà onorata: dove, come, finita la festa, verrà collocata la statua del “santo”. Lui - ovviamente è una presunzione - forse ci esorterebbe a “una presenza”: nel e con il Partito Radicale che aveva fondato, di cui è stato (in)discusso leader e guida. È operazione scorretta, sbagliata chiedere (e rispondere) cosa avrebbe detto e fatto una persona che non c’è più. Nel caso del geniale e (im)prevedibile Pannella più di sempre. Ma è un abuso pensare che ci avrebbe esortati a proseguire le sue lotte per il diritto al diritto e ai diritti?