di Giovanni Battista de Blasis
poliziapenitenziaria.it, 9 settembre 2026
E non distingueva tra detenuti e detenenti. Per quasi quarant’anni entrò negli istituti, parlò con i detenuti e ascoltò chi indossava l’uniforme. Di politici nelle carceri ne abbiamo visti tanti. Ministri, sottosegretari, parlamentari, presidenti di commissione. Alcuni sono venuti quando c’era un’emergenza, altri dopo una rivolta, altri ancora quando telecamere e giornalisti rendevano conveniente esserci. Poi i cancelli si sono richiusi e, molto spesso, anche l’interesse per il carcere è rimasto dall’altra parte. Marco Pannella era diverso. Per quanto mi riguarda, è stato probabilmente il solo grande personaggio della politica italiana che abbia dimostrato una vicinanza autentica, continua e profondamente umana al mondo penitenziario nel suo insieme. Non soltanto ai detenuti, come qualche lettura superficiale delle sue battaglie potrebbe far credere, ma anche a coloro che in carcere lavoravano e soffrivano: poliziotti penitenziari, direttori, educatori, cappellani, volontari e tutti gli altri operatori.
Pannella aveva capito una cosa semplice che ancora oggi, dopo mezzo secolo, qualcuno sembra faticare a comprendere: quando il carcere non funziona, soffre chi è detenuto ma soffre anche chi deve custodirlo. Lui li chiamava “detenuti e detenenti”. Due parole che racchiudevano una filosofia intera. La storia comincia nell’estate del 1976, quando Marco Pannella viene eletto alla Camera insieme agli altri parlamentari radicali. Pannella pretende che si studino fino in fondo le prerogative riconosciute ai parlamentari e tra queste c’è la possibilità di visitare gli istituti penitenziari. Da quel momento il carcere entra stabilmente nella sua agenda politica.
Non come una parentesi, una passerella o una fotografia buona soltanto per finire sui giornali il giorno dopo. Pannella visita gli istituti, percorre le sezioni, entra nelle celle, parla con i detenuti, ascolta le loro storie e le loro proteste. Ma soprattutto parla anche con il personale. Nel 1993, durante una visita a San Vittore, ricordava pubblicamente di avere visitato regolarmente le carceri insieme ai radicali fin dal 1976. Dopo quasi vent’anni poteva ormai confrontare istituti, condizioni detentive e trasformazioni del sistema sulla base di ciò che aveva visto personalmente. Non aveva imparato il carcere leggendo una relazione ministeriale.
Lo aveva consumato con le scarpe, corridoio dopo corridoio, cancello dopo cancello. E continuerà a farlo ancora per decenni. C’è un particolare che dice molto più di tanti discorsi. Natale, Capodanno, Pasqua, Ferragosto. Le giornate nelle quali la politica normalmente scompare e nelle quali il carcere diventa ancora più carcere, perché fuori ci sono famiglie riunite, tavole apparecchiate, vacanze e città semivuote. Pannella sceglieva spesso proprio quei giorni per entrare negli istituti. Il Ferragosto in carcere divenne negli anni una vera tradizione radicale.
Nel 2010 era a Regina Coeli. Nell’agosto 2012 annunciava la visita al carcere di Teramo e ricordava come quell’abitudine risalisse alla sua prima elezione parlamentare. Nel 2013 sarebbe tornato ancora a Teramo e a Regina Coeli. A Natale del 2014 visitò le carceri romane e poi Sollicciano. Non erano visite simboliche di mezz’ora. Erano permanenze lunghe, colloqui, discussioni, ascolto. E soprattutto Pannella continuava a rivolgersi alla comunità penitenziaria nel suo complesso. Nel marzo 2012, parlando delle iniziative radicali sulla situazione delle carceri, rivolse esplicitamente il suo appello alle famiglie della Polizia Penitenziaria, alle famiglie dei detenuti, al volontariato e a chi lavorava nell’Amministrazione penitenziaria.
Questo particolare, per noi, conta moltissimo. Pannella non aveva una visione del carcere costruita sulla comoda contrapposizione tra il detenuto da difendere e il poliziotto da accusare. Aveva compreso che dentro un sistema penitenziario sovraffollato, degradato e spesso lontano dalla legalità il personale e i detenuti finiscono per subire, naturalmente in condizioni e con responsabilità completamente diverse, le conseguenze delle medesime disfunzioni.
Era una posizione tutt’altro che scontata. Ancora nel dicembre 2014, parlando delle visite natalizie, sottolineava l’importanza del tempo trascorso e condiviso con la Polizia Penitenziaria. E quando, dopo la sua morte, i radicali tornarono a Regina Coeli nel Natale 2016, Rita Bernardini ricordò proprio l’emozione suscitata dalla memoria di Pannella non soltanto tra i detenuti, ma anche tra il personale della Polizia Penitenziaria. Ecco perché noi possiamo ricordarlo senza alcuna difficoltà. Potevamo non condividere tutte le sue battaglie. Potevamo essere lontanissimi da alcune sue proposte sull’amnistia, sull’indulto o sulla politica della giustizia.
Ma era impossibile non riconoscergli una qualità ormai rarissima: conosceva ciò di cui parlava. E soprattutto ascoltava. Io ho avuto anche la fortuna di conoscerlo personalmente. Era il novembre del 2012, in occasione del congresso nazionale dell’ANPPe al Park Hotel Blanc et Noir di Roma. Pannella partecipò ai nostri lavori e quella presenza ci consentì di vedere da vicino l’uomo che per decenni avevamo conosciuto attraverso la televisione, i giornali e Radio Radicale. Ci colpì la sua vicinanza. Ci colpì la sua disponibilità. Ma soprattutto ci colpirono la bontà d’animo e una modestia quasi sorprendente in un personaggio che, da decenni, occupava stabilmente la scena politica e mediatica italiana.
Pannella arrivò senza cortei di automobili, lampeggianti o uomini della sicurezza a fargli largo, perché non aveva né autista né scorta. Venne al nostro congresso accompagnato da uno di noi e, allo stesso modo, quando se ne andò solo dopo la fine dei lavori, uno di noi lo accompagnò via. Una cosa semplicissima. Eppure proprio quella semplicità mi è rimasta impressa. Perché parliamo di Marco Pannella, uno dei personaggi politici italiani più conosciuti e sovraesposti del secondo Novecento, protagonista di battaglie durissime, manifestazioni, referendum, scioperi della fame e della sete, contestazioni e scontri politici. Avrebbe potuto circondarsi di persone, auto e protezioni. Non lo faceva. Non era neppure una posa.
Nel corso della sua lunghissima attività pubblica Pannella conobbe contestazioni, momenti di tensione, spintoni e aggressioni durante manifestazioni e iniziative politiche. Eppure non risulta essere mai stato vittima di attentati terroristici. Lo raccontò lui stesso, con parole impressionanti, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo. Alla domanda se avesse mai subito attentati rispose semplicemente: “No”. E spiegò anche di avere sempre rifiutato la scorta e di avere detto per anni, perfino attraverso Radio Radicale, che non voleva polizia sotto casa. Rivendicava pubblicamente la scelta di muoversi liberamente, affidandosi alla strada e al rapporto diretto con le persone. Era una scelta coerente con la sua idea della nonviolenza.
Naturalmente erano altri tempi e altri contesti. Ma quel comportamento raccontava molto dell’uomo. Pannella voleva stare tra la gente, non dietro la gente. Forse è anche per questo che riusciva a entrare in carcere senza quella barriera invisibile che spesso accompagna il potente quando visita una sezione detentiva. Questa, alla fine, è la differenza che mi è rimasta più impressa. Marco Pannella entrava in carcere per vedere, non per farsi vedere.
Ascoltava il detenuto che protestava per la propria condizione, ma poi ascoltava anche il poliziotto che doveva lavorare in quella stessa sezione. Parlava con il direttore, con il cappellano, con il volontario. Cercava di capire il carcere come organismo intero. Per questo la sua definizione di “detenuti e detenenti” conserva ancora oggi una straordinaria forza. Pannella aveva intuito che le carceri non possono essere raccontate dividendo il mondo in buoni e cattivi, guardie e ladri, vittime e carnefici. Quando un istituto è sovraffollato, quando mancano gli organici, quando gli ambienti sono degradati, quando lo Stato non garantisce condizioni dignitose e sicurezza operativa, le conseguenze attraversano i cancelli e investono tutti. Naturalmente con ruoli, diritti, doveri e responsabilità differenti.
Ma il carcere resta uno. Ed è precisamente ciò che noi della Polizia Penitenziaria diciamo da anni: un carcere più legale e più dignitoso per i detenuti è anche un carcere più sicuro e più vivibile per chi ci lavora. Non c’è contraddizione. Oggi capita spesso che la politica torni a occuparsi delle carceri quando scoppia una rivolta, quando avviene un’evasione, quando muore qualcuno, quando le aggressioni aumentano o quando i numeri del sovraffollamento diventano talmente grandi da non poter più essere nascosti. Pannella faceva esattamente il contrario.
Andava in carcere quando il carcere non faceva notizia. Ci andava d’estate e a Natale, quando era parlamentare, e cercò di continuare a farlo anche dopo aver lasciato il Parlamento. Trasformò quella frequentazione in una delle costanti della sua vita politica. Possiamo discutere ancora oggi delle sue proposte. Possiamo dissentire dall’amnistia generalizzata, dall’indulto o da tante battaglie radicali. Sarebbe perfino sbagliato trasformare Pannella in un santino, perché probabilmente sarebbe stato il primo a strapparlo. Ma su una cosa credo sia difficile discutere. Marco Pannella il carcere lo conosceva. Lo conosceva perché ci entrava.
Lo conosceva perché ascoltava. E, soprattutto, aveva compreso che dietro quelle mura non esistono soltanto i detenuti. Esistono anche migliaia di donne e uomini in uniforme che trascorrono lì dentro una parte enorme della propria vita, spesso lavorando nei giorni nei quali il resto del Paese festeggia. Noi lo incontrammo nel novembre del 2012 e vedemmo da vicino proprio questo Marco Pannella: famoso ma semplice, battagliero ma disponibile, ingombrante sulla scena pubblica e sorprendentemente modesto nei rapporti personali.
Uno che arrivò al nostro congresso senza autista e senza scorta, accompagnato da uno di noi. A distanza di tanti anni, mentre il carcere italiano continua a discutere degli stessi problemi - sovraffollamento, organici, sicurezza, dignità, suicidi, strutture - quel ricordo assume un significato ancora maggiore. Di politici interessati al carcere ne abbiamo conosciuti molti. Di Marco Pannella, purtroppo, ce n’è stato uno solo.









