di Donatella Stasio
La Stampa, 16 gennaio 2023
“Tengo accesa la speranza, la riforma dell’ergastolo ostativo guarda al passato”. “La pietra scartata è diventata testata d’angolo, dice la Bibbia. Significa che anche uno scarto può diventare prezioso per costruire un edificio e che, quindi, la speranza non va mai perduta. Io non sono cattolico ma questa frase mi ha ossessionato per mesi quando vinsi il concorso in magistratura. Era il 2015, avevo 32 anni e dovevo scegliere cosa fare. Quelle parole mi martellavano nella testa, giorno e notte, finché pensai che mi stessero indicando la strada. Oggi ho 40 anni, vivo e lavoro tra Secondigliano e la Terra dei fuochi e continuo a fare il giudice degli “scarti” perché credo nella speranza. Quella a cui la riforma dell’ergastolo ostativo sembra aver chiuso la porta aperta dalla Corte costituzionale, e che ora spetta a noi giudici di sorveglianza tenere aperta, riempendo di senso costituzionale le parole non proprio cristalline della nuova legge”.
Marco Puglia vive con il suo compagno Carmine a Secondigliano, periferia di Napoli, dove è nato e da dove non se ne è mai voluto andare. Da qui, ogni giorno si infila in macchina per 45 minuti fino a Santa Maria Capua Vetere, Carinola, Arienzo, ed entra in carcere. Fa il “giudice di prossimità” - così si definisce questo giovane alto, riccioluto e barbuto, sguardo largo e generoso - che si misura con i problemi quotidiani dei detenuti. È uno dei (pochi) magistrati che la sorveglianza la vive sul campo. Non se ne sta seduto in ufficio a sfogliare fascicoli sui quali i detenuti sono numeri, ma sale e scende le scale del carcere, entra nei reparti, nelle celle, attraversa corridoi, si ferma nelle cucine, nei cortili passeggio, ascolta, guarda, parla con tutti e così riempie di vita quei fascicoli. Ad ogni ora del giorno e della notte.
Erano le 9 di sera, quel giovedì del 2020, quando si infilò in auto per raggiungere Santa Maria. Faceva freddo, il Covid imperversava, le strade erano vuote, il silenzio profondo. Mentre saliva al reparto Nilo del carcere, dove tre giorni prima si era consumata “l’ignobile mattanza” dei detenuti, si accorse che non aveva una penna; la chiese ripetutamente ma inutilmente; quindi, decise di usare il telefono per imprimere nella memoria quello che vide e che avrebbe preferito non vedere. Di più non dice perché sarà chiamato a testimoniare nel processo in corso a Santa Maria (105 gli imputati, tra poliziotti, funzionari medici e dell’amministrazione penitenziaria). Intanto continua a costruire un carcere “tempio della legalità” e una pena che non sia mai vendetta ma strumento di rieducazione e di ricucitura del tessuto sociale.
I detenuti sotto la sua giurisdizione sono un migliaio. Tanti gli appartenenti al clan dei Casalesi, la mafia locale, e tanti gli “ostativi”, condannati per reati che limitano l’accesso ai benefici. Molti, nati a Secondigliano o nella vicina Scampia, sono suoi coetanei. Come Gaetano. Mentre Marco alle elementari scriveva temi su Falcone e Borsellino, seguito dalla mamma insegnante e dal papà avvocato, Gaetano imparava a impacchettare cocaina per 10 mila lire al giorno e a consumarla, a insaputa del papà salumiere che “si scassava di lavoro dalla mattina alla sera”; mentre Marco iniziava l’università, Gaetano affinava le sue tecniche di spacciatore di droga; mentre Marco superava il concorso in magistratura, Gaetano veniva arrestato e poi condannato per traffico di sostanze stupefacenti, un reato ostativo... Vite parallele che si incrociano un giorno di novembre del 2016 nel carcere di Santa Maria: Marco è arrivato da un mese e mezzo e vuole sfruttare un programma che consente l’affidamento in prova a detenuti con problemi di dipendenza dalla droga, mai utilizzato fino ad allora e che sta per scadere. Decide di scommettere su Gaetano, chiuso in carcere da 8 anni senza mai un permesso. Lo incontra, ci parla, e gli dice: “Lei oggi esce”. “Va bene” risponde l’altro; che sale in cella e sviene. In seguito gli spiegherà: “Dotto’, io so’ sceso convinto che lei mi doveva dire qualcosa di brutto invece mi ha detto che mi dava la misura e allora non ho capito più niente...”. Oggi Gaetano ha un regolare contratto di lavoro con Libera, che lo aveva preso in prova; ha una famiglia; ha cambiato vita e città.
Certo, ci sono anche le “delusioni”, talvolta “sconfitte brucianti”. Nessuna però gli ha mai fatto cambiare idea sui suoi doveri di giudice della sorveglianza e sulla funzione della pena. Forse un peso l’hanno avuto anche le letture dell’infanzia, come Alice nel Paese delle meraviglie. Indimenticabili le parole di Bianconiglio, quando dice: “Non sono solito guardare a ieri perché ieri ero un’altra persona”. Le ricorda mentre parliamo della riforma dell’ergastolo ostativo. In teoria, dopo la Consulta, l’ergastolo ostativo in quanto tale non dovrebbe più esistere; semmai si dovrebbe parlare di un regime probatorio rafforzato per la concessione dei benefici ai condannati per alcuni reati. Eppure, la premier Meloni - una quasi coetanea, con i suoi 45 anni - ha appena detto di essere “fiera” del governo perché ha “salvato l’ergastolo ostativo”.
Le roi est mort, vive le roi direbbero i francesi... Di certo, né Meloni né il suo governo hanno letto Bianconiglio se è vero che, nelle nuove norme, “ieri” conta più di “oggi”. “Tendenzialmente, i Casalesi hanno una forte resistenza alla rieducazione perché la loro subcultura è profondamente radicata nel territorio - premette Marco -. E però, la tendenziale immutevolezza di alcune tipologie di detenuti non ci dà il diritto di sottrarre, a chi invece vuole cambiare, gli strumenti per farlo. Purtroppo la riforma dell’ergastolo ostativo non è uno strumento capace di cogliere la problematicità della condizione di chi è condannato per reati ostativi perché è tutta sbilanciata sulle informazioni provenienti dall’esterno, risalenti quasi sempre al momento del reato. Raramente i nostri interlocutori istituzionali sono in grado di fornirci dati aggiornati che ci consentano di dire che i collegamenti con il contesto mafioso sono ancora inequivocabilmente saldi. Perciò è diabolica la richiesta di elementi a sostegno di un permesso premio, e non credo che rispecchi il pensiero della Corte. La riforma sembra ignorare volutamente tutto ciò che accade dopo la condanna, tutto il percorso successivo. Insomma, guarda solo al passato”.
Quel che accade in carcere, la riforma lo riassume in due parole, “regolare condotta”. Ovvero, non disturbare. “Ma la vera buona condotta è di chi mette in gioco se stesso, talvolta anche disturbando. Spesso sprono i detenuti a emanciparsi dal linguaggio deresponsabilizzante del carcere. Quando, ad esempio, sento parlare di domandina, dico loro: non usatela questa parola! Stiamo parlando della vostra libertà personale e la domanda sulla libertà è una domandona, altro che domandina!”.
Marco aveva 10 anni quando furono ammazzati Falcone e Borsellino ed è cresciuto all’ombra di entrambi. “Sono certo che loro non avessero un’idea di pena come vendetta cieca ma semmai come giustizia, anche nel prendere atto dei cambiamenti dei mafiosi. La vittoria su questa criminalità non passa solo dalla punizione del reato ma anche dalla possibilità di cambiamento offerta a chi vuole tornare sui suoi passi, anche attraverso strade diverse dalla collaborazione”. Perciò il giudice deve tenere aperta la porta della speranza, e guai a parlargli di “tradimento”. Lo sguardo si indigna.
Il senso della giustizia gliel’hanno inculcato i genitori. “E ccose storte nun mme fir ‘e vedè” ripeteva sempre mamma Francesca, una combattente. L’esempio del papà avvocato ha poi fatto il resto. Marco si mette a studiare diritto, ma anche teatro, che porterà fin dentro il carcere, unico caso di magistrato che partecipa alle attività trattamentali dei detenuti, in cui coinvolge i colleghi che coordina e, soprattutto, poliziotti e reclusi. Fabrizio De André cantava: “Se c’è qualcosa da spartire/tra un prigioniero e il suo piantone/che non sia l’aria di quel cortile/voglio soltanto che sia prigione” (Nella mia ora di libertà, 1973), ma Marco riesce a far respirare a tutti la stessa aria.
Gli chiedo se ha mai avuto paura nel rifiutare un permesso a un boss. “No, non ho paura e non l’ho mai avuta. Non perché sia coraggioso, ma perché ho sempre provato un unico sentimento, giudicare bene. E credo che sia un sentimento condiviso da molti colleghi. Altrimenti, fai un’altra cosa...”. Perciò è importante entrare in carcere. “Parlare, ascoltare, guardarsi negli occhi serve moltissimo per capire, di più e meglio. C’è sempre qualcosa - uno sguardo, una defaillance, una verità - che sfugge all’interlocutore e che sta a noi cogliere. E accogliere. Un grande esempio ce lo ha dato la Corte costituzionale, con il Viaggio nelle carceri, rivoluzionario e spiazzante, soprattutto per quei magistrati che quando camminano in certi luoghi si alzano il vestito per non farlo sporcare... Io invece dico che la toga si deve sporcare, si deve impregnare della realtà e se un giudice o una giudice si commuove davanti ai detenuti, quello è lo sguardo umano della giustizia, che spesso dimentichiamo di avere. Io non voglio dimenticarlo, perciò amo il mio lavoro”. E mentre lo dice, il suo sguardo si fa fiero.









