di Franco Giubilei
La Stampa, 1 febbraio 2026
Il politologo: “Dal ministro Piantedosi una gestione sconsiderata. Per sgomberare pochi occupanti si è scelto lo scontro”. Dopo lo sgombero del centro sociale Akatasuna che ha fatto saltare il patto di collaborazione che era stato sottoscritto con la Città di Torino, il precedente sgombero del Leoncavallo di Milano e l’annunciato sgombero dello SkinLab di Roma, i centri sociali italiani hanno organizzato per oggi 31 gennaio 2026 una manifestazione nazionale a Torino. Il caso viene visto da opposti punti di vista. “Questa situazione che viene considerata allarmante è il prodotto della gestione sconsiderata dell’ordine pubblico da parte del ministero dell’Interno e delle autorità locali preposte”.
Marco Revelli, la parola d’ordine dei cortei è “Torino partigiana”, lei ci sarà?
“A me lo slogan piace molto, essendo figlio di un partigiano, e sarò in piazza, certo, perché vanno costruiti dei ponti che invece sono stati dinamitati da un governo che si comporta come le parti più estremiste dei manifestanti”.
Parla dello sgombero di Askatasuna?
“Per allontanare da lì sei ragazzi e due gatti hanno creato una situazione per cui sono stati distrutti tutti i canali di comunicazione fra città e gruppi giovanili, a cominciare da Askatasuna. Con un colpo di polizia hanno vanificato un patto che poteva portare a soluzioni interessanti, dando seguito a un atteggiamento del governo che preferisce sempre e comunque lo scontro”.
Però prima di allora ci sono stati gli scontri alle Ogr, alla sede di Leonardo e l’irruzione alla Stampa...
“Azioni che depreco e condanno, anche perché danneggiano la causa stessa di chi le compie. È il motivo per cui mi auguro che non accadano incidenti, altrimenti i manifestanti si presterebbero al disegno di chi vuole cancellare il dissenso. Spero che la giornata si concluda senza manganelli, lacrimogeni e cassonetti incendiati”.
L’intervento delle forze dell’ordine era immotivato?
“Ripeto che depreco quelle azioni, che però non giustificano lo sgombero di Askatasuna, anche perché non erano partite da quella sede: è stata un’esibizione muscolare sproporzionata rispetto al problema, non erano necessari 500 agenti, gli idranti e il blocco delle strade. È uno Stato che si affida ai muscoli e a questi giovani non ha niente da dire. Una politica sconsiderata che non può che portare guai che forse sono voluti e desiderati”.
La rettrice dell’Università ha chiuso l’ateneo dopo tre giorni di occupazione...
“Non condivido affatto questo modo di allinearsi alle autorità di polizia. L’università dev’essere uno spazio libero, se non vengono commessi reati o provocati danni. Chiuderla è un gravissimo errore, perché significa togliersi dall’arena del confronto. Meglio un’autorità accademica dialogante che reprimente, ma forse si sono dimenticati del ‘68”.
Cioè?
“Quando ci fu l’occupazione di Palazzo Campana a Torino, a cui ho partecipato anch’io, il rettore di allora ha scelto la linea repressiva e dello sgombero, il che non ha fatto altro che rendere più numeroso il movimento. L’opinione pubblica poi s’indigna per le forme della rabbia, senza mai però indagarne l’origine”.
Condivide le ragioni della protesta?
“La mobilitazione è ampiamente condivisibile per cercare di mantenere aperti spazi di dissenso contro una gestione del mondo che ci porta al disastro, con l’assenso delle figure di potere. Poi si può sbagliare i mezzi e i modi con cui ci si rivolta, ma che rivoltarsi sia giusto non c’è dubbio”.
Riecheggia vecchi slogan...
“Vivo a Torino dall’età di 19 anni e continuo ad amarla per la scintilla di ribellione che ha sempre caratterizzato la sua storia: una città double face cresciuta nella dialettica fra conformisti di corte e ottusi militari da una parte e nuclei di ribelli visionari dall’altra”.










