di Irene Famà
La Stampa, 17 novembre 2024
Lo storico: “I cortei esprimono l’intollerabilità di un momento, seppur in forme discutibili. Il pericolo terrorismo? È una retorica che serve a giustificare interventi repressivi”. Torino laboratorio di lotta. Da sempre. E il sociologo e storico Marco Revelli la spiega così: “La rivolta circola periodicamente sotto pelle, come la corrente elettrica, e ogni tanto emerge”.
Come mai a Torino più che altrove?
“È la struttura della città, contraddistinta da un dualismo tra burocrazia ottusa e ribelli visionari. Senza questo, Torino non sarebbe la stessa”.
Le lotte operaie, la Valle di Susa, la galassia anarchica. La storia di Torino è una storia di battaglia...
“Che inizia ben prima”.
Quando?
“Nel 1874, a Moncalieri, dove il parlamento subalpino si riunì per decidere lo stato d’assedio per la rivolta che dilagava in città contro il trasferimento della capitale a Firenze. L’ultima d’Italia non era ancora completata e già Torino esprimeva queste forme. È una città che spesso anticipa i processi nazionali”.
Anche con i cortei Pro Pal di questi giorni?
“Seppur con forme discutibili, questi cortei esprimono l’intollerabilità di una situazione”.
Quale?
“Ormai da mesi, quotidianamente, in Palestina assistiamo a pratiche di una disumanità radicale. Seppur in risposta a un atto atroce come quello del 7 ottobre. Io mi vergogno della mia mancanza di rivolta. Poi discutiamo le forme. E solidarizziamo con le vittime”.
Liliana Segre è stata attaccata dai manifestanti, è stata definita “complice del genocidio”...
“Chi l’ha fatto è un irresponsabile. Non sa di cosa parla, non conosce la storia della senatrice”.
Alcuni ragazzi hanno fatto il gesto delle tre dita a simboleggiare la P38, come avveniva negli Anni 70...
“Un atto completamente fuori luogo, fuori tempo e fuori di testa”.
Tutto questo, insieme agli attacchi alle forze dell’ordine, non crede sia controproducente?
“Sicuramente. Non so se chi compie questi gesti è consapevole del danno che fa alla propria causa. Dall’altra parte, poi, si esaltano questi dettagli per oscurare le ragioni profonde delle piazze”.
Il ministro Nordio ha parlato di “pericolo terrorismo”. Come commenta?
“È una gigantesca sciocchezza. Io ho visto com’è nato e come si è espresso il terrorismo e non c’è alcun rapporto con quello che avviene oggi. Se non una retorica che serve solo a giustificare interventi repressivi”.
Andiamo con ordine. La rivolta dei Subjet a fine 800, quella nel 1917 contro la Guerra. Poi?
“Nel 1920, l’occupazione delle fabbriche. Nel 1961, i disordini dopo la firma del contratto separato dei metalmeccanici. Il 3 luglio 1969, con la rivolta operaia di corso Traiano, anticipazione dell’autunno caldo”.
Cos’ha rappresentato la Torino dell’epoca?
“Un grande processo di liberazione di massa. La fabbrica Fordista era, per sua natura, un luogo di compressione delle persone all’interno degli apparati metallici della produzione. Di colpo quell’umanità si è liberata da quel gioco”.
Torino è stata anche laboratorio per la lotta armata...
“Un fenomeno perverso. Trovo che sia stato un avvelenamento dei pozzi, ha prosciugato tutti i canali di fiducia tra le persone”.
Poi si è arrivati alla Valle di Susa, alla lotta contro la Tav...
“In quel caso non è stata colta la vera natura”.
Perché?
“La lotta contro la Tav è stata una gigantesca rivolta del territorio, che ha coinvolto un’intera comunità. Ma se lo si riduce a un problema di ordine pubblico, com’è stato fatto, si intraprende una strada sbagliata”.
Nelle ultime manifestazioni c’era l’ala più violenta, di quel movimento di territorio nemmeno l’ombra. Come mai secondo lei?
“Sono passati trent’anni da quando è iniziata la battaglia. E si è assistito a una perenne sordità nei confronti di quelle voci dalla politica e dalla magistratura torinese”.
Battaglia persa per sfinimento?
“Non so se è stata persa. Quando si faranno i conti e si vedranno la quantità di fondi pubblici sprecati, chi si è opposto apparirà come quegli eroi del 1874”.
Ora il movimento Pro Pal unisce anime differenti: studenti, antagonisti, anarchici e così via. Analogie e differenze con il passato?
“Sono tutti segnali di vita di questa città. Certo, rispetto al passato abbiamo episodi di una portata differente. Adesso vengono un po’ enfatizzati”.
Il centro sociale Askatasuna, una volta casa dell’Autonomia Operaia, in piazza è sempre in prima fila. Regia degli scontri?
“Alle regie io non credo”.










