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di Enrico Martinet

La Stampa, 25 settembre 2024

“Dallo Stato non ho avuto niente”. L’ex assessore comunale di Aosta e consigliere regionale, assolto in via definitiva dall’accusa di associazione mafiosa, aspetta ancora l’indennizzo per l’ingiusta detenzione. “Se chiedo di affittare un alloggio mi dicono no e i datori di lavoro si tirano indietro, ora giro l’Italia a parlare con i ragazzi”. Novecento nove giorni di detenzione. Arrestato il 23 gennaio 2019, assolto in Cassazione, dopo già esserlo stato in Appello, il 24 gennaio 2023. Vicenda chiusa, dal punto di vista giudiziario, da quello personale ci sono ancora lavori in corso. Marco Sorbara dice: “Esperienza… ferita che non mi toglierò mai, gli odori del carcere, svegliarsi di soprassalto di notte. L’altra settimana stavo seguendo lezioni in un’aula piuttosto piccola, eravamo in sei. All’improvviso mi sono sentito soffocare, son scappato fuori. Difficile rimarginare queste ferite e lo dico ai giovani che incontro, così come spiego loro come sono riuscito a superare quei momenti e a uscirne. Capiscono. Giro in tutta Italia a parlare, chiamato da associazioni, scuole, partiti, carceri. Voglio dare ai ragazzi gli strumenti per poter inseguire e realizzare i propri sogni sapendo che devono fare sacrifici ed essere corretti”. Offre il suo racconto intitolato “4 per 2. La gabbia”, cioè i metri della sua cella.

Una condanna in primo grado a 10 anni per associazione mafiosa, poi due assoluzioni con formula piena. Innocenza ignorata quando si tratta di casa o lavoro. Dice: “Se chiedo di affittare un alloggio mi dicono di no perché il mio reddito si era interrotto, così come, nonostante un curriculum professionale ritenuto importante, quando i possibili datori di lavoro rileggono la mia storia si sfilano. “Ci spiace”, dicono”. Sorbara ora lavora con un contratto part-time (due giorni a settimana) nell’ufficio regionale di Roma. Dice: “Prestiti, mutui neanche a parlarne. Dallo Stato non ho ancora ricevuto nulla, ho presentato istanza di indennizzo per ingiusta detenzione. E un’altra richiesta, di rimborso spese legali per 200 mila euro che ho pagato e rendicontato, l’ho inviata al Comune di Aosta che nel processo a mio carico si era costituito parte civile. Aspetto. Sono perfino stato sospeso dall’ordine dei commercialisti per crediti formativi non fatti. Già, ero in carcere”.

Il suo numero è il 23, data del giorno d’arresto e anno della definitiva assoluzione. “È anche - dice - uno dei due numeri che mi sono portato sulla schiena da giocatore di hockey sul ghiaccio, l’altro è il 3. Anche le aziende mi chiamano, vogliono sapere come ho potuto superare le difficoltà. Così i giovani e allora sto seguendo a Roma un corso sull’età evolutiva proprio per avere la giusta preparazione, per non sbagliare nel proporre temi così delicati a ragazzi che hanno subito violenze, atti di bullismo”. E ad adulti e adolescenti Sorbara dice: “Come ho fatto? Non ho mai mollato. Carattere che viene dal mio percorso. Le regole sono la soluzione. Le ho avute da genitori meravigliosi, dallo sport e dalla fede. Pregavo e mi dicevo “a tutto c’è un perché”. Volevo giocare in serie A e ce l’ho fatta, ho vinto una Coppa Italia e per due volte la mia squadra, il CourmAosta, è stata terza in campionato. Sono stato un anno intero in panchina. Ho aspettato. Miei compagni molto più forti non hanno saputo aspettare”.

La regola che salva la vita - La “regola” in cella era ripetere ogni giorno agli stessi orari le stesse cose: “Sveglia alle 5, preghiera e ginnastica, 50 flessioni sulle braccia, 100 addominali. Poi sbucciare un mandarino o un’arancia, contare gli spicchi, i semi, prima di mangiarlo. Quindi la lettura di un certo numero di pagine. Come un rito, è fondamentale. Ho visto un compagno di cella disperato che poi si è ucciso, altri che oggi sono in comunità perché drogati o alcolizzati. Mi ha sorretto anche la speranza, sapendo di non aver nulla da rimproverarmi. I sacrifici che ho fatto per studiare a Torino, lavorare ad Aosta e giocare a hockey mi sono stati indispensabili. Mai scorciatoie. È questo che dico, così come aggiungo di esserne uscito grazie alla giustizia, ai tre gradi di giudizio. Ho sempre creduto nella giustizia, gli errori sono dei singoli. Ci vuole etica, preparazione e consapevolezza di quanto si fa”.