di Mario Lancisi
Corriere Fiorentino, 28 dicembre 2024
Qualche giorno prima di essere consacrato nuovo arcivescovo di Firenze, il 24 giugno scorso, Gherardo Gambelli si è recato a Sollicciano a salutare i detenuti di cui era cappellano. Un saluto, il dono di una bibbia, molti abbracci. E sull’emergenza carceraria, intervistato dal Corriere Fiorentino, disse: “Serve investire sulle misure alternative, anche per diminuire il sovraffollamento delle carceri. Se non vengono attuate queste misure, è forse anche perché esiste un pregiudizio verso queste persone, ma non può esistere solo la giustizia vendicativa, serve anche quella ripartiva”.
Da allora per i detenuti non è cambiato nulla e Sollicciano resta un inferno, come ha denunciato l’arcivescovo, che nei giorni prima di Natale è tornato nel carcere fiorentino a celebrare la messa. Così come il Papa è stato nel carcere romano di Rebibbia. Un’attenzione al mondo del carcere che affonda le radici nel Vangelo, come scrisse nel novembre del 1943, il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer che visse il dramma della prigionia nella Germania hitleriana: “La cella di una prigione è un ottimo termine di verifica per la situazione di Avvento”. L’arcivescovo Gambelli però non si limita a predicare speranza, ad abbracciare i prigionieri, ma disegna una via di uscita dall’emergenza: “Investire sulle misure alternative”. Una via concreta, politica. Che è dentro la storia di Firenze. Per non tornare troppo indietro nel tempo, al Granducato di Toscana, che vietò la pena di morte il 30 novembre 1786, diventando il primo Stato al mondo ad abolirla, basta indicare due nomi del nostro secondo Novecento: Mario Gozzini e Alessandro Margara. Gozzini, fiorentino, da senatore cattolico eletto come indipendente nelle liste del Partito comunista, fu il fautore della riforma carceraria approvata dal parlamento nell’ottobre del 1986. Riforma, la cosiddetta legge Gozzini, che prevedeva una serie di misure alternative e rieducative del detenuto. Gambelli allora aveva solo 17 anni ma è probabile che la sua proposta di misure alternative per i detenuti si riallacci alla legge Gozzini, che con il tempo è stata rivista sempre al ribasso, modificata, fino a spolparla dei suoi aspetti più innovativi.
L’emergenza delle carceri tornata al centro del dibattito pubblico ripropone però l’attualità di Gozzini, insegnante, scrittore e giornalista, morto il 4 gennaio 1999, a 79 anni, con il dolore, e la rabbia, di vedersi svuotare, dimezzare la sua legge. L’indomani Adriano Sofri, detenuto allora nel carcere di Pisa, scrisse sul Foglio: “Benché in questi giorni, per contenere i telegiornali, la sorveglianza nelle galere sia più stretta, migliaia e migliaia di detenuti, nostrani e stranieri, sono usciti e hanno partecipato, senza chiedere il permesso, invisibili e disciplinati, all’estremo omaggio a Mario Gozzini, uomo giusto. Poi sono tornati dentro”.
La legge Gozzini ebbe un grande impulso per opera di un altro illustre toscano, Alessandro Margara, massese, giurista, magistrato di sorveglianza, garante dei detenuti per la Toscana, morto a Firenze nel 2016 a 86 anni. Ispiratore e poi difensore della legge Gozzini, Margara, da buon cattolico era solito dire “il carcere dopo Cristo”. Faceva riferimento non alla nascita, ma alla morte di Gesù. Detenuti come crocifissi, carcere come Getsemani. Margara operò per riforme anche piccole, concrete ma molto apprezzate dai detenuti. Portò avanti battaglie fondamentali per i detenuti come quella per il riconoscimento del diritto ai “rapporti affettivi”. Alla sua morte qualcuno scrisse che trattava i detenuti “come persone umane”.










