di Francesca Barra
L’Espresso, 29 maggio 2026
Ci sono storie che restano sospese nell’aria come polvere, entrano nelle case, crescono insieme ai figli degli altri, si siedono a tavola, ci tradiscono. La storia di Maria Chindamo è una di queste. Una vicenda giudiziaria e una ferita civile. Un buco nero che da dieci anni inghiotte domande senza restituire pace, una cicatrice che viene medicata solo dai famigliari sopravvissuti. “Maria aveva quarantaquattro anni quando scomparve, io tre in meno. I suoi figli dopo la sua morte sono cresciuti con me. Lei proteggeva le persone che amava. Chi ha conosciuto Maria non la dimentica”. A parlare è il fratello Vincenzo Chindamo che si batte per la ricerca di verità.
Maria era dinamica, curiosa, piena di progetti, tre figli, una laurea, uno studio da commercialista, un’azienda agricola costruita insieme al marito Ferdinando, detto Nando. E poi gli studi per ottenere una seconda laurea in giurisprudenza. Vivevano tra Rosarno e Limbadi, in una terra dove il confine tra vita quotidiana e potere criminale può diventare invisibile fino al giorno in cui decide di distruggerti. Il 6 maggio 2016, all’alba, Maria sparisce davanti alla sua azienda agricola di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia.
Nessun corpo, nessuna tomba, nessuna scena del crimine che restituisca davvero l’orrore. Solo l’auto aperta, tracce di sangue, segni di colluttazione: è un caso di lupara bianca. Maria sparisce esattamente un anno dopo il suicidio del marito. Un uomo descritto da tutti come un bravo padre, un brav’uomo, ma Maria aveva deciso di separarsi, di rifarsi una vita. E in certi contesti la libertà femminile continua a essere percepita come una colpa. “Non era una eroina”, mi dice Vincenzo. “Non sfidava il mondo. Era una donna equilibrata, una madre. Certo, era tosta, determinata”.
Secondo i collaboratori di giustizia, Maria sarebbe stata uccisa per essersi rifiutata di cedere alcuni terreni confinanti con proprietà riconducibili ad ambienti ‘ndranghetisti. Terreni piccoli, niente latifondi. Non una ricchezza immensa, ma qualcosa di ancora più importante come il controllo e l’onore. Maria cade dentro qualcosa di più arcaico e feroce: un sistema mafioso che considera la terra identità, potere, possesso assoluto così come una donna separata, indipendente, diventa un’anomalia da punire.
Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso dice che Maria sarebbe stata uccisa e data in pasto ai maiali. Venti minuti per cancellare una vita. “Non sappiamo se sia davvero andata così”, dice Vincenzo. “Ma penso a quanto possa essere stato terribile. Ho cresciuto i suoi figli. Per i miei nipoti è stato devastante. Anche loro fuggono questa storia e al tempo stesso la vivono ogni giorno”. Dopo dieci anni, il processo è ancora in corso. Le ipotesi della Direzione distrettuale antimafia parlano di un omicidio pianificato anche per vendetta del tradimento, da persone molto vicine a Maria, ma la verità definitiva ancora non esiste.
“Avrebbero voluto le terre di Maria ma non le hanno avute e oggi sono coltivate da un gruppo cooperativo che si chiama Goel che promuove cambiamenti e riscatto mediante lavoro e commercio etico legale”. Hanno provato a far sparire una donna come se non fosse mai esistita, salvo poi scoprire che Maria continua a vivere nella memoria degli altri con una forza impossibile da eliminare.










