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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 3 marzo 2025

Quante sono, e come stanno le donne in carcere? Secondo gli ultimi dati del Dap aggiornati al 31 gennaio 2025, le donne recluse sono 2.718 su 61.916 detenuti, di cui 11 madri e 12 bambini. Una “minoranza penitenziaria”, isolata e sparpagliata sul territorio nazionale. In Italia al momento ci sono soltanto tre penitenziari femminili: Trani, Roma e Venezia Giudecca. E la maggior parte delle detenute si trova nelle sezioni degli istituti maschili. Con quali conseguenze? Ne abbiamo parlato con Mariastella Gelmini, senatrice di Noi Moderati-Centro popolare.

Il primo nodo riguarda la mancanza di una normativa specifica sulla detenzione femminile: l’ultima legge risale al 2015, la legge Gonnella. Bisognerebbe orientare l’amministrazione penitenziaria a una politica di genere?

Le donne di fatti rappresentano una minoranza rispetto al numero complessivo di persone recluse in Italia, ma questo non deve giustificare il fatto che le pari opportunità, purtroppo, non ci siano neppure in carcere. Da un punto di vista normativo, credo che sia utile guardare a quello che prevede l’Europa. Ci sono regole penitenziarie europee che dedicano ampio spazio alla condizione delle donne. Si parla non solo di bisogni fisici, ma anche professionali, sociali e psicologici, delineando così un’identità femminile. Credo che anche l’Italia debba fare uno scatto in avanti. Ci sono esigenze legate al corpo femminile, inclusa l’igiene, l’assistenza medica e la maternità, che richiedono particolare attenzione da parte delle istituzioni carcerarie.

Anche l’architettura penitenziaria è pensata a misura di uomo. La politica dovrebbe e potrebbe occuparsene?

Purtroppo molte donne sono recluse in “sezioni” progettate e pensate per gli uomini, sia in termini di ambienti che di attività. La sfida per il nostro Paese non è solo costruire nuove carceri per rispondere all’emergenza sovraffollamento, ma anche quella di costruire nuove vite. Questo lo si fa attraverso la formazione e il lavoro. Mediante iniziative anche sportive e culturali che bisogna portare sempre più nelle carceri. Il vero tema non è far fare alle detenute un corso di uncinetto per tenerle impegnate, ma insegnare un mestiere che una volta fuori possa consentire loro di rifarsi una vita. A riguardo conosco diverse realtà che operano in questa direzione, penso per esempio alla Cooperativa Alice di Caterina Micolano che da anni, attraverso laboratori di sartoria, offre una seconda vita alle detenute di diverse strutture penitenziarie italiane.

Quando si parla di donne in carcere si parla spesso di madri detenute, al grido di “mai più bimbi dietro le sbarre”. Ma il ddl Sicurezza, in discussione al Senato, elimina il differimento obbligatorio della pena per le donne incinte e le madri con figli di età inferiore a un anno...

Personalmente avrei preferito che la norma sul differimento obbligatorio della pena non fosse stata modificata. Credo sia un fatto di civiltà. Quello che ha mosso il governo però è stata l’evidenza di casi in cui questa misura anziché provocare un rinsavimento, un ritorno sulla retta via, l’astensione da comportamenti devianti, anche per rispetto appunto alla maternità, porta alla reiterazione di alcune tipologie di reati. E questo non va bene. Rispetto alle polemiche scatenate su questo argomento, credo che sia corretto ricordare che la valutazione sarà fatta caso per caso. E sarà un magistrato a farla. Non il governo. Ad ogni modo, il provvedimento non è ancora chiuso e penso che sul tema specifico ci possa essere un ripensamento operoso: daremmo un contributo a svelenire il dibattito intorno ad un tema, quello delle carceri, che dovrebbe essere affrontato con maggiore equilibrio.