di Liana Milella
La Repubblica, 31 ottobre 2022
Figlio d’arte Francesco Saverio Marini, costituzionalista di Tor Vergata, nonché figlio di Annibale Marini, ex presidente della Corte Costituzionale, componente laico del C sm voluto dal Pdl, delle sue idee di destra non ha mai fatto mistero.
E lei, come suo padre, è un garantista vero?
“Sì certo che lo sono”.
Quindi è per il carcere, ma senza persecuzione…
“Non c’è dubbio. Una cosa è il garantismo, altra è che le pene non vengano eseguite. Il garantismo c’è fino al momento in cui si accerta che il soggetto ha commesso un reato, ma poi entrano in gioco altri istituti altrettanto importanti: il principio che la pena ha come obiettivo la rieducazione del condannato”. Ù
Che ne pensa del primo atto del governo Meloni, un decreto per rendere di fatto impossibile dare la liberazione condizionale a chi ha l’ergastolo ostativo?
“Innanzitutto il decreto era lo strumento, unico, necessario e doveroso, perché tra pochi giorni ci sarà l’udienza della Consulta. Ricordo che proprio la Corte ha sollecitato l’intervento del Parlamento e che nella legislatura appena conclusa era già stato elaborato un testo approvato alla Camera”.
Quel testo stringe tantissimo i cordoni di una possibile liberazione. La pena scontata deve passare da 26 a 30 anni e la successiva libertà vigilata da 5 a ben 10 anni. A lei garantista non le pare troppo?
“La Corte ha escluso che la mancata collaborazione con la giustizia precluda di per sé i benefici, ma ha sollecitato il Parlamento a fissare ulteriori paletti”.
E questi paletti non sono eccessivi?
“Spetta alla politica fare una valutazione del genere. Da giurista dico che tocca ai magistrati valutare una serie di elementi che consentano di escludere l’attualità del collegamento del condannato con la criminalità organizzata”.
Garantista verso chi riceve un avviso di reato, ma iper severo nei confronti di chi ha già scontato 30 anni di carcere e, pure non collaborando, può provare l’effettiva rottura con le mafie?
“Sono garantista, tant’è che condivido la regola che, a queste condizioni, il condannato potrà accedere ai benefici”.










