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di Miguel Gotor*

La Repubblica, 15 maggio 2022

“Questi cinquant’anni non sono passati invano ed è davvero il tempo di lasciare questi anni alla Storia e alla memoria privata”. Con queste parole Mario Calabresi ha concluso lo scorso 9 maggio alla Camera dei deputati il ricordo di suo padre Luigi, ucciso da un commando della struttura clandestina di Lotta continua il 17 maggio 1972. Ma se un ventenne di oggi, che non ha esperienza né memoria di quei fatti, volesse capire per quale ragione quell’omicidio è importante nella storia d’Italia gli si potrebbe rispondere che ci sono almeno tre buoni motivi.

Anzitutto è il primo omicidio politico degli anni Settanta e ha segnato l’inizio del terrorismo di sinistra in Italia. Se si vuole ricercare un’analogia nella storia nazionale bisogna risalire all’eliminazione del filosofo Giovanni Gentile nell’aprile 1944: anch’esso un atto di “giustizialismo armato” di cui la manovalanza e la matrice sono state accertate, al prezzo di un lacerante contrasto all’interno del movimento resistenziale, ma sono rimasti oscuri i mandanti e le loro effettive intenzioni. L’assassinio di Calabresi è stato assai precoce nella storia della lotta armata. Se si segue la sequenza temporale delle diverse azioni emergono alcuni dati inequivocabili: i militanti del filone movimentista cominciarono per primi a sparare, con l’obiettivo di ferire e di uccidere, tra il 1971 e il 1973, quando le Brigate rosse si limitavano ancora a rapine, sequestri lampo e incendi di autovetture. I brigatisti iniziarono ad ammazzare in modo pianificato soltanto dal giugno 1976 in poi (con l’omicidio del magistrato Francesco Coco e della sua scorta). Lo stesso avvenne con Prima linea, sempre nel 1976, quando accolsero tra le loro file i reduci di Lotta continua intenzionati a dedicarsi alla lotta armata.

Tuttavia, una volta sconfitte e incarcerate, le Brigate rosse si assunsero la responsabilità di tutta la storia della lotta armata, compreso quella dal 1971 al 1975. Nel compiere una simile operazione trovarono il prevedibile e interessato sostegno di quei settori del “Partito armato” e dei loro fiancheggiatori che, altrimenti, avrebbero rischiato di dovere rispondere, anche sul terreno penale, delle azioni compiute dal 1971 in poi, tra cui il delitto Calabresi che in tanti sapevano essere stato compiuto dalla struttura clandestina di Lotta continua guidata da Giorgio Pietrostefani. Costoro, invece, ebbero gioco facile a minimizzare le proprie responsabilità, a confondere le acque e a dichiarare, mediante accorte campagne di stampa, ordite da ex compagni di lotta che nel frattempo avevano occupato importanti posizioni nel mondo del giornalismo, che le Brigate rosse erano finite con il rapimento e la morte di Aldo Moro, quando in realtà, proprio da allora, aumentarono in maniera esponenziale il loro potenziale di fuoco per almeno un triennio. I brigatisti stessi finirono per accettare di buon grado questa valutazione distorta dei fatti: lo fecero per orgoglio rivoluzionario, a parziale risarcimento ideologico della disfatta subita e con il comprensibile obiettivo di uscire il prima possibile dal carcere, a condizione di sposare questa lettura edulcorata e parziale degli eventi.

In secondo luogo, il delitto Calabresi è importante perché grazie alla qualità dell’impegno editoriale del figlio Mario e della moglie Gemma esso ha restituito per primo voce e dignità alle vittime troppo spesso dimenticate. Si è così avviato un discorso pubblico su quella stagione che sino a quel momento era troppo squilibrato a favore della memorialistica dei protagonisti della lotta armata intrisa di un sentimento di nostalgia, di un narcisismo autoreferenziale e di un atteggiamento omertoso il più delle volte stucchevoli, eppure guardati con una certa accondiscendenza da una parte dell’opinione pubblica.

Infine, il delitto Calabresi è significativo poiché, essendo direttamente collegato alla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, avvenuta a pochi giorni dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, ha rivelato gli intrecci perversi di un’Italia oscura che ha scontato a lungo il tema di una mancata defascistizzazione dei propri apparati di sicurezza. Lo stesso Calabresi, all’indomani della morte di Pinelli, trattenuto illegalmente nella Questura di Milano, fu esposto alle calunnie di una feroce campagna di stampa, in particolare del giornale Lotta Continua perché i suoi più scaltri e anziani colleghi, professionalmente cresciuti sotto il regime, lo lasciarono con il cerino in mano. A questo proposito il fondatore delle Brigate rosse Renato Curcio, che per una volta parlava come capo del “partito armato” in Italia, ha dichiarato nel 1993 che “Ci sono tante storie di questo Paese che vengono taciute, che non potranno essere chiarite per una sorta di sortilegio, come piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in un certo modo e che, per ventura della vita, nessuno può dire come sono veramente andate... C’è stata una sorta di complicità tra noi e i poteri che impediscono a noi e ai poteri dire come è veramente andata”. Una formula criptica e reticente, ma al fondo indulgente e autoassolutoria, nella quale tutti i superstiti di questa tragica storia, per la loro quota parte di responsabilità, e da qualsiasi lato della barricata avessero militato, si sarebbero potuti riconoscere “per ventura della vita”.

E già, proprio così, tutti, tranne i morti. Smontare sul piano storiografico l’ambiguità di questa impalcatura ideologica non soltanto giustifica l’importanza del delitto Calabresi, ma anche la necessità di coltivare gli studi sugli anni Settanta per comprendere l’Italia di oggi.

*Storico e assessore alla cultura di Roma