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Stefano Mauro

Il Manifesto, 23 maggio 2026

Lo smantellamento della protesta nel campo di Gdeim Izik Secondo il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura Rabat nel Sahara Occidentale pratica “un modello costante di arresti arbitrari, isolamento, atti di tortura durante gli interrogatori e il successivo utilizzo di confessioni ottenute sotto coercizione nei procedimenti giudiziari”. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (Cat) ha nuovamente constatato che il Marocco viola “i diritti dei detenuti saharawi legati alla protesta del campo di Gdeim Izik nel Sahara occidentale”, affermando che i dieci casi esaminati indicano “un modello costante di arresti arbitrari, isolamento, atti di tortura durante gli interrogatori e il successivo utilizzo di confessioni ottenute sotto coercizione nei procedimenti giudiziari”.

Il Cat ha pubblicato questo mercoledì le sue conclusioni dopo aver esaminato quattro denunce riguardanti detenuti arrestati in seguito allo smantellamento del campo di Gdeim Izik vicino a El-Ayoun nel 2010. Il campo, che arrivò a ospitare oltre 20mila manifestanti, era stato allestito dai saharawi residenti nei territori occupati per protestare pacificamente contro “una deliberata attività di discriminazione da parte di Rabat”. Secondo la Lega per la Protezione dei Prigionieri Saharawi nelle Carceri Marocchine (Lpps), 25 persone furono arrestate - oltre alla morte di 13 attivisti - dalle forze di sicurezza di Rabat in seguito allo smantellamento del campo e furono sottoposte a torture e maltrattamenti durante l’arresto, l’interrogatorio, il trasferimento e la detenzione. In base alle indagini del Cat gli attivisti hanno denunciato di “essere stati picchiati brutalmente, bruciati con sigarette, minacciati di stupro, sospesi nella cosiddetta posizione del “pollo arrosto” per lunghi periodi, sottoposti alla “falaka” (ripetuti colpi con una sbarra di ferro sulle piante dei piedi, ndr), tenuti in isolamento, privati ​​di cibo e cure mediche”, con il divieto di poter vedere avvocati e familiari.

“Purtroppo, questi non sono casi isolati, ma indicano un problema strutturale nella gestione dei prigionieri saharawi da parte del Marocco”, ha dichiarato Peter Vedel Kessing, vicepresidente del Cat, aggiungendo che l’Onu si era già pronunciato su altri sei casi simili, senza nessun “provvedimento o verifica da parte di Rabat”. Tutti gli attivisti saharawi imprigionati hanno affermato che, dopo essere stati sottoposti a tortura, sono stati costretti a firmare o a lasciare le proprie impronte digitali su dichiarazioni di cui non conoscevano il contenuto, e che le loro confessioni sono state successivamente utilizzate come prova centrale nei procedimenti penali a loro carico. I quattro attivisti sono stati infine condannati: due all’ergastolo e gli altri due a 30 anni di reclusione.

Uno dei casi che ha avuto maggiore rilevanza mediatica in questi anni è quello di Naama Asfari, condannato a 30 anni di carcere dopo le proteste di Gdeim Izik. L’attivista saharawi, continua ad essere tenuto in isolamento per diversi mesi consecutivi all’anno nel carcere di Kenitra ed è stato privato, per alcuni anni, della possibilità di poter vedere anche la moglie, la francese Claude Mangin. Secondo la Lpps, lo sciopero della fame, cominciato da Asfari a fine aprile, è una protesta contro tre anni “di silenzio e inerzia delle autorità marocchine e della comunità internazionale”, dopo il parere del Gruppo di Lavoro Onu sulla Detenzione Arbitraria del 2023.

Dopo la sentenza, il Fronte Polisario ha denunciato con forza la “persistente repressione degli attivisti saharawi nei territori occupati del Sahara Occidentale, aggravata dall’impunità garantita al Marocco e condannato il sostegno politico di diversi paesi occidentali al “piano di autonomia marocchino”, considerato una “legittimazione dell’occupazione e delle continue violazioni dei diritti umani del popolo saharawi”. Rabat è già stata ripresa in passato proprio per quanto riguarda le violenze nei confronti dei prigionieri nelle sue carceri a tal punto che lo stesso Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani ha provato diverse volte ad inviare una missione tecnica di controllo nel Sahara Occidentale: proposta sempre rifiutata da Usa e Francia, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e alleati del Marocco.