di Katia Riccardi
La Repubblica, 17 ottobre 2019
Il re del Marocco, Mohammed VI, ha graziato la giornalista Hajar Raissouni, 28 anni, condannata a un anno di carcere senza condizionale per aborto clandestino e sesso fuori dal matrimonio. Il 31 agosto scorso la reporter del quotidiano indipendente Akhbar al-Youm, era stata fermata all'uscita di uno studio medico della capitale Rabat insieme al compagno Rifaat al-Amin, al medico 68enne Mohammed Jamal Belkeziz, con i suoi due assistenti.
L'articolo 490 del codice penale marocchino criminalizza le relazioni sessuali consensuali tra persone non sposate. L'interruzione di gravidanza è permessa solo se la vita della donna è in pericolo, in tutti gli altri casi l'aborto è punito con il carcere. Sono perseguiti penalmente anche l'adulterio e l'omosessualità.
Il tribunale di Rabat aveva quindi condannato anche il compagno di Hajar Raissouni a un anno di carcere, il medico - due anni di prigione e due di interdizione dall'esercizio della professione - e i due assistenti, rispettivamente a un anno e a otto mesi.
La relazione della giornalista con Rifaat al-Amin, 40 anni, professore universitario originario del Sudan, non era nascosta. Raissouni aveva provato a spiegare ai giudici di averlo sposato anche se i documenti del matrimonio non erano stati registrati in Marocco perché l'ambasciata sudanese non aveva formalizzato l'atto in tempo.
Aveva anche detto di non aver abortito ma di essere stata ricoverata per un'emorragia interna. Piccoli particolari, perché la sua condanna sembrava nascondere soprattutto motivazioni politiche. Il 4 settembre Hajar Raissouni aveva scritto una lettera al suo quotidiano.
Riferiva di essere stata interrogata per i propri articoli, spesso critici nei confronti delle autorità marocchine. Sosteneva di aver ricevuto domande su un collega e sui suoi familiari, tra i quali Ahmed Raissouni, noto teologo islamista ed ex presidente del Movimento per l'unicità e la riforma, uno dei più popolari movimenti religiosi del Marocco. La storia di Hajar Raissouni è stata raccontata dai giornali internazionali, ha mobilitato islamisti, associazioni per i diritti umani, movimenti femministi.
L'Associazione marocchina per i diritti umani (Amdh), Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto la sua liberazione per violazione delle libertà personali. All'avvio del processo, quasi 500 personalità marocchine tra cui la scrittrice Leila Slimani, vincitrice del premio francese Goncourt, hanno firmato un appello senza precedenti nel regno, una monarchia assoluta che si nasconde dietro un sottile velo di modernità e moderazione.
In Marocco qualsiasi cambiamento deve provenire dal "makhzen", il sistema del palazzo del re Mohammed VI che decide su tutto, dal risultato delle elezioni alle grazie. Come quella concessa ieri a Hajar Raissouni. Uno strappo nel velo che ha fatto entrare un po' di aria e luce, senza ancora cambiare le cose.










