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di Pietro del Re


La Repubblica, 1 ottobre 2019

 

Dopo un processo costruito su accuse infondate, la giornalista marocchina Hajar Raissouni, 28 anni, è stata condannata dal tribunale di Rabat a un anno di prigione senza condizionale per "aborto clandestino" e "rapporti sessuali fuori dal matrimonio".

Diventata il simbolo della libertà di stampa e dei diritti civili, la giovane è in carcere dal 31 agosto insieme al compagno, al ginecologo e all'infermiere che l'hanno assistita. La sua relazione con Refaat Alamin, 40 anni, professore universitario sudanese, anche lui condannato a un anno, non è mai stata segreta.

E nel corso delle prime udienze, i giudici la donna ha detto di averlo sposato, ma i documenti del matrimonio non sarebbero registrati in Marocco, perché l'ambasciata sudanese non avrebbe ancora formalizzato l'atto. Secondo Reporters sans frontières la donna "è stata vittima di un accanimento giudiziario perché è una giornalista", mentre Amnesty International parla di "accuse interamente inventate" e Human Rights Watch di una "violazione flagrante del diritto alla vita privata e alla libertà".

Le autorità assicurano che l'arresto non ha nulla a che vedere con la sua professione mentre gli avvocati sono convinti del contrario, anche perché in Marocco gli arresti per i casi di aborto illegali riguardano soprattutto chi li pratica e raramente le pazienti. Sulla sua pagina Facebook, la giornalista pubblicava quotidianamente commenti in cui criticava l'ipocrisia di alcuni aspetti sociali della monarchia.

Come se non bastasse, ha uno zio editorialista del quotidiano d'opposizione Akhbar Al-Yaoum, e un altro che è un ideologo islamista, feroce detrattore di re Mohammed VI. Suo cugino Youssef, infine, è presidente dell'Associazione marocchina dei diritti umani.

L'arresto della giornalista ha riacceso il dibattito sulle libertà individuali in Marocco, e provocato un'ondata di sdegno anche all'estero. Pochi giorni fa su Le Monde trecento intellettuali hanno lanciato un appello per chiedere la sua scarcerazione e in un manifesto pubblicato da diverse testate marocchine centinaia di donne si sono dichiarate "fuori legge" confessando di aver violato l'"obsoleta" legge sull'aborto. Appena si è aperto il processo, una folla s'è recata davanti al tribunale per portare sostegno alla giornalista. La quale ha fatto sapere che farà appello.